Comunemente lo tzatziki è un piatto tipico Greco, Turco, e utilizzato anche dalla popolazione del sud dei Balcani. La ricetta base prevede degli ingredienti comuni in ogni zona in cui si è diffusa la salsa. In primis troviamo lo yogurt. Inoltre, si utilizzano i cetrioli l’aglio, il sale e l’olio d’oliva. Ogni zona e tradizione poi, personalizza la ricetta associando ingredienti diversi come erbe di vario genere, aceto o cipolla. Preparare lo tzatziki non richiede grandi capacità né lunghe tempistiche o spese economiche. Occorre: una terrina, una grattugia ed uno schiaccia aglio. Mentre, gli ingredienti per 4 persone sono:2 cetrioli 500 gr di yogurt greco 4 spicchi di aglio 4 cucchiai di olio extra vergine d’oliva Sale Come anticipato la preparazione dello tzatziki è molto semplice e veloce. Prima di tutto occorre preparare tutti gli ingredienti per il loro impiego. Quindi, lavare e spuntare i due cetrioli. Sbucciate i cetrioli e grattugiateli su un panno da cucina. Quando avrete grattugiato tutti e due i vegetali strizzateli direttamente all’interno del canovaccio per poter togliere più acqua possibile. In una terrina piuttosto grande, aggiungete lo yogurt greco assieme alla polpa dei cetrioli appena strizzata. Mescolate gli ingredienti lentamente amalgamandoli al meglio. Con l’aiuto di uno schiaccia aglio, continuate a schiacciarli direttamente nella terrina con lo yogurt ed i cetrioli. Condite il preparato con olio extra vergine d’oliva ed aggiustate tutto con un pizzico di sale. Continuate ad amalgamare tutti gli ingredienti fino al completo assorbimento dell’olio.
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La sorpresa dallo scarto
Divani “fatti” con le bucce della frutta, cemento ricavato dai gusci delle uova e persino carburanti tratti da vecchi pneumatici: è il riciclo che non ti aspetti. La sorpresa è nello scarto. In tempi di super materiali e bio-tessuti, la vera sorpresa arriva dagli scarti: molte startup italiane stanno testando metodi per ridare vita a materiali destinati al macero: dai gusci delle uova alla frutta marcia, fino ai resti del latte usato nell’industria. Eccone alcuni esempi Residui alimentari diventano… Carta. Crush è un nuovo tipo di carta prodotto da una nota azienda di Vicenza, partendo da residui di agrumi, uva, ciliegie, lavanda, mais, olive, caffè, kiwi, nocciole e mandorle: da questi alimenti si ottiene un tipo di carta colorata, utile anche per il packaging. Gli scarti agro-industriali vengono purificati e ridotti in piccolissime parti. Infine sono miscelati con cellulosa vergine e fibre riciclate. L’ananas per fare scarpe e borse. Il Piñatex è un materiale ricavato dalle foglie di ananas, così resistente da poter essere usato per produrre borse e scarpe. L’idea di usarlo così è di una startup spagnola, ispirata dagli abiti tradizionali ricamati delle Filippine, realizzati con fibre di foglie d’ananas. Il risultato? Simile all’eco-pelle, con costi inferiori. la Puma l’ ha utilizzata per produrre un paio di scarpe. È ancora in fase sperimentale ma Fruitleather potrebbe presto arrivare nelle nostre case sotto forma di un materiale duraturo molto simile alla pelle, da usare per produrre calzature ma anche divani, poltrone e sedie. L’idea è di una start-up di Rotterdam, i cui soci ritirano bucce di frutta e verdura marcia e ammaccata dai mercati e trasformano il tutto in purea, che viene poi cotta ed essiccata. Il processo, dal quale si ricavano fogli di materiale simile alla pelle, è molto più pulito ed ecocompatibile di quello da cui si ricava la pelle tradizionale. Gusci d’uovo in… cemento. Strano, ma vero: il fragile guscio delle uova, può diventare duro come cemento di alta qualità. I ricercatori della Calchéra San Giorgio di sono riusciti a trasformare i gusci d’uovo in cemento biocompatibile e a renderlo resistente grazie a una composizione a base di argilla: una volta polverizzati i gusci d’uovo e portati a alte temperature diventano calce proprio come le pietre da cava. E mescolando questo carbonato con un’argilla naturale, si ottiene un cemento più elastico di quello tradizionale. Latte dà origine a tessuti: usare il latte di scarto per realizzare un tessuto più leggero della seta, che oltretutto ha anche l’effetto di idratare la pelle. È quello che fa l’azienda pisana. L’idea non è nuova: la fibra di latte, infatti, era impiegata in Italia già negli anni Trenta, ricavata dalla caseina, una proteina del latte. Oggi, grazie a innovative tecniche la fibra deriva dagli “avanzi” delle industriali casearie e di quelle cosmetiche, mantenendo inalterate le sue caratteristiche tessili e la proprietà di idratante naturale
Ecospace e tiny house
Gli inglesi amano il giardinaggio per tradizione, e amano i loro rifugi nel verde. Per questo negli ultimi anni si va sviluppando una serie di progetti architettonici che ruotano attorno all’idea di piccole costruzioni stilisticamente perfette e totalmente ecosostenibili. Abitare o lavorare in piccole casine da giardino dal design moderno e perfettamente integrato con l’ambiente circostante è diventato molto popolare. Le tiny house alla lettera “piccole case” stanno diventando sempre più popolari, e non solo al di là dell’oceano. Le case di ridotte dimensioni, economiche ed eco-friendly stanno conquistando sempre più persone e rappresentano bene quella voglia di cambiare vita e di rendere il quotidiano più naturale. In tanti preferiscono concentrarsi sui piccoli piaceri della vita e “sacrificare” lo spazio della propria casa per vivere con più intensità là fuori. Meglio mangiare fuori con gli amici, andare all’avventura o fare sport piuttosto che lavorare il doppio per mantenere una casa smisurata e dispendiosa, no? Per le tiny house esiste un vero e proprio movimento, con tanto di manifesto. Un coro a gran voce, legato all’architettura eco-sostenibile e a una vita più semplice, a basso impatto ambientale. Il movimento è in crescita e anche online il fervore è tantissimo, tra comunità, annunci e siti web dedicati ricchi di consigli per diventare un abitante delle tiny house.Per far parte di questo mondo è sufficiente abitare in una casa che misuri 37 metri quadrati o meno. Insomma, con poche migliaia di euro avere una seconda casa è un sogno che ora può diventare realtà anche per quei nuclei familiari non proprio danarosi. Le tiny house presenti sul mercato sono disponibili in tutti i tipi e stili, a seconda delle proprie necessità e dei gusti personali. Alcune sono su ruote, altre sono posizionate sugli alberi, molte sono temporanee. I più ingegnosi se le sono addirittura costruite da soli !
Del maiale non si butta via niente
Le famiglie contadine, se avevano il maiale, ne sfruttavano ogni parte. Del maiale si usa non solo la carne, buona per preparare i piatti più svariati, ma anche le setole, utilizzate per la realizzazione di pennelli e di aghi per calzolai, e il grasso per la produzione di lardo che trasformato in strutto sostituiva l’olio nella cottura del sugo per la pasta, oppure si utilizzava per il mantenimento della salsiccia. E del sangue, cosa farne? Buttarlo via, neppure per sogno…Ed ecco che nasce il sanguinaccio, un insaccato costituito per lo più da interiora e sangue, arricchito con vari ingredienti in base alle tradizioni culinarie della regione in cui viene preparato. La lavorazione casareccia del maiale prevede la preparazione di diversi salumi. Il termine salume proviene dal tardo latino “salumen” che testualmente significa prodotto conservato sotto sale. La tecnica di conservazione dei cibi attraverso salagione, praticata fin dall’epoca romana, nasce quindi dall’esigenza di preservarli dalla marcescenza. Per l’economia della famiglia, infatti, era impossibile consumare tutta la carne ottenuta con l’uccisione del maiale, in pochi giorni. Si pensò allora di salarne alcuni pezzi e di insaccarne altri. Nacque così l’idea dei salumi prima prosciutti, capicolli e pancette e degli insaccati poi. Prosciutti, salami, salsicce e cotechini nascono, perciò, dall’esigenza di compattare in pezzi più grandi pezzi di carne che si generavano dalla scarnificazione delle ossa e dalla rifilatura dei pezzi grandi da sottoporre a salatura , e quindi l’insaccatura in budelli ricavati dagli stessi suini .
I mercati notturni di Tapei
La Guida Michelin lancerà la sua prima guida su Taipei, la capitale di Taiwan. Tuttavia, se per caso vi ritrovate a passeggiare per la città, vi basterà chiedere dove poter mangiare a una qualsiasi persona del posto per essere indirizzati ai mercatini notturni nel cuore della città, lì dove si svolge la vera scena gastronomica di Taipei. Sebbene l’economia del Paese non riversi in acque particolarmente calme, i mercatini notturni della città sono sempre sinonimo di abbondanza. Si tratta di luoghi in cui si , può mangiare rendendo felici sia lo stomaco che il cuore. Lo scenario che vi si presenterà è il seguente. I mercatini di Taipei sono pieni di file di salsicce grigliate all’aria aperta, con tanto di residenti seduti agli angoli della strada, intenti a sbafarsi ciotole di noodles. Tutto è avvolto da una sorta di eufonia visiva, uditiva e anche olfattiva, che spesso si traduce in luci e odori persistenti. I mercatini sono specializzati in quello che viene chiamato x iao chi, che significa ‘piccoli morsi’, e i venditori, a loro volta, continuano a manipolare e adattare l’offerta a seconda del pubblico. Nel corso degli anni, infatti, grazie all’ immigrazione, al turismo, e, ovviamente, ai social media, le diverse influenze culinarie hanno apportato il loro contributo Per prima cosa dovete superare la coltre di nebbia generata dagli aromi del tofu, evitando di soffermarvi sui vari piatti reperibili ovunque, come le braciole di maiale fritte su riso, i noodles alle ostriche e i piedi di maiale. Solo così arriverete ai veri pezzi grossi della tradizione culinaria di Taipei, quelli che, per intenderci, vengono quasi tenuti nascosti ai clienti non abituali Gua BaoIl Gua bao deve gran parte della sua fama internazionale grazie a Eddie Huang , che prepara questi classici panini al vapore farciti con svariati ripieni, dalla classica carne di maiale al pesce fritto in salsa tartara. Provate a visitare il mercato notturno di Raohe alle 3 del pomeriggio di un qualsiasi weekend.Ecco, già da quell’ora troverete una fila di persone in attesa, pronte a entrare e a gustarsi per prime i panini al pepe nero con carne di maiale succulenta, cipolle verdi e sesamo, scaldati e pressati contro le pareti di forni in argilla. Dopo una bella scorpacciata di gua bao e zuppa ai quattro spiriti al Lan Jia Gua Bao, non potete che concedervi un bel dessert “Rana nel latte” Gettonatissimo talmente popolare che spesso prende il posto del bubble tea.Nessuna rana reale viene utilizzata per la realizzazione di questo “ bubble tea”: a dare l’effetto di una vaga presenza dell’animale è l’effetto solo uova, e tapioca colorata dallo zucchero nero.
Chiacchere …non facciamo errori
Non è Carnevale senza chiacchiere. Crostoli, frappole, bugie, galani, nastri, cenci, chiamatele come volete, sempre quelle sono. I nastrini di pasta fritti, o al forno per i salutisti, il colore dorato e quelle belle bolle in superficie.Già, le bolle. Peccato che spesso, quando le facciamo a casa, delle famose bolle non se ne veda mancol’ombra, e anzi, una volta scolate dall’olio di frittura, ci troviamo sotto i denti della pasta per nulla croccante e pure bruciacchiata.Non vi vergognate a dirlo, è capitato a tutti. Ecco allora alcuni consigli .Usare la cosiddetta farina “di forza” adatta alle lunghe lievitazioni contribuisce a un extra di bolle e fa pure assorbire leggermente meno olio in cottura. La scorza grattugiata di un limone aiuta l’aroma, senza contare che l’acido citrico contenuto negli oli essenziali renderà ancora più croccanti le vostre chiacchiere. Sbagliare lo spessore della pasta: la pasta non va stesa sottile, ma sottilissima. Lasciate perdere la macchina tira-pasta, anche all’ultima tacca. O se la usate, sappiate che dovrete comunque poi andare anche di matterello per assottigliare la pasta, e non di poco. Avete presente la pasta strudel, che in pratica è un velo di cipolla? Ecco, una cosa del genere. Non friggere alla giusta temperatura Pensate di avere tribolato abbastanza con il matterello? Aspettate, perché il bello deve ancora venire. Le chiacchiere vanno fritte, si sa.Allora, qual è la temperatura giusta per friggere? L’ideale è sui 175 gradi, temperatura facilmente controllabile con un termometro da cucina. Al di sotto di questa temperatura le chiacchiere rischiano di impregnarsi d’olio, mentre a temperature superiori brucerebbero subito. Fate attenzione adesso, perché qui viene la parte più difficile. Dovrete friggere infatti le chiacchiere inserendone poche per volta nell’olio caldo, e farle friggere solo qualche secondo per lato. Appena raggiunta una lieve doratura, sono da girare sull’altro lato. Fatelo velocemente, altrimenti, in pochi secondi, dal biondo dorato passeranno al bruno bruciato .Quando sono fritte anche dall’altro lato, scolatele immediatamente, non siete fan degli spiriti? Peccato, perché aggiungere un alcol nelle chiacchiere può fare la differenza. Chi mette il rum, chi la grappa, chi il vino bianco, chi il Marsala. Basta che sia alcol, unire all’impasto un goccio dello spirito che preferite, qualsiasi esso sia, è un trucco da non tralasciare: l’alcol infatti fungerà come una sorta di lievito istantaneo, contribuendo anche alla formazione delle famose bolle spolveratele ancora tiepide, con zucchero semolato o a velo, se preferite.
Il giappo più buono del mondo
Il pranzo e la cena durano mezz’ora, i pezzi di sushi sono 20 in tutto, il conto si aggira sui 200 euro, il locale conta dieci coperti, tutti di fronte al tavolo da lavoro dello chef. Lo chef, l’ultra ottantenne Jiro Ono, veneratissimo maestro mondiale della cucina giapponese, onorato con le tre stelle Michelin, assicura che quello che assaggerete sia il sushi più buono al mondo. O comunque, quello originale, quello nato nei chioschi giapponesi tra Seicento e Ottocento, spennellato dal cuoco del momento con salsa di soia nikiri e salsa nitsume, mangiato subito, in silenzio è una regola anche questa, in teoria, con le mani e poi, dopo un sorso di te, via, di nuovo in strada. Quello, diciamo, in effetti perfetto: per farvi capire, la lavorazione del polpo richiede 50 minuti di massaggio a mano, rigorosamente rispettati al Sukiyabashi Jiro, con la preziosa lentezza che antica tradizione vuole. Se vi trovate a Tokio e potete permettervi la cifra di cui sopra, una visita è naturalmente d’obbligo. Nel qual caso, ammesso che riusciate a prenotare prima della prossima decade, non arrivate in ritardo: i cuochi preparano il riso in base all’orario che avete indicato e arrivare dopo significherebbe «non riuscire ad assaporare il sushi del Sukiyabashi Jiro al suo meglio». Non scattate foto, ve ne riservano una loro a fine pasto, fuori dal locale: lo fanno per permettervi di «concentrarvi sulla cena». Bevete tè verde, sempre, ad accompagnare. Non fanno particolarmente caso a come siete vestiti, ma se siete proprio vestiti male magliettine, sandali, etc. non vi fanno entrare. Ci tengono a ricordarvi, comunque, che, «non trattandosi di un’attrazione turistica», niente viene riproposto sempre uguale a se stesso: il menu cambia, Jiro Ono vi invita a «tornare per fare nuove scoperte». Anche perché, ha detto nel docufilm a lui dedicato Jiro dreams of sushi,nei miei sogni vedo grandi visioni di sushi
Arriva la befana tra fantocce e cavallini
La sera del cinque gennaio si preparava e si sistemava sulla mensola del camino, oltre ad un vecchio calzettone appeso, un fastellino di fieno per far mangiare il ciuchino e uno di sterpi perché la Befana potesse scaldarsi. La mattina i fastellini erano spariti e nel calzettone c’erano cipolle, aglio e carbone per le volte che i ragazzi erano stati cattivi, più qualche arancia, qualche mandarino e qualche cavalluccio per le volte che erano stati buoni. Ogni pezzo era avvolto in strati di carta di giornale e scoprire cosa c’era dentro era sempre una sorpresa La tradizione popolare narra che, nella cultura contadina del Valdarno Aretino Montevarchi e Terranuova Bracciolini, durante il periodo natalizio non avendo denari per comprare alcunchè ma per riconoscere le festività e festeggiarle, venivano fatti dei dolci con forma di fantoccia per le bambine e cavallo per i maschietti. La tradizione narra, appunto, che tutti i bambini, il giorno della Befana, trovavano un dolce a forma di cavalluccio o di fantoccia. Gli ingredienti di questi dolci erano poveri e in possesso dei contadini. E’ un dolce piuttosto semplice, una sorta di biscotto di pasta frolla a forma appunto di fantoccia befana o cavallo che, nella cultura moderna, viene abbellito e guarnito con cioccolatini, confetti colorati, smarties, scaglie di cioccolato a proprio gradimento .I bambini possono anche mangiarlo inzuppato nel latte al posto dei biscotti… i grandi nel Vinsanto!!!
Capodanno i riti nel mondo
Il Capodanno è la festa più scaramantica che ci sia: ci si lascia alle spalle l’anno vecchio e si guarda al futuro con positività, sperando sempre per il meglio. Questo sentimento si traduce in gesti propiziatori, volti ad attirare la buona sorte In Italia non può mancare il cenone con piatti a base di cotechino e lenticchie, seguito da concerti, balli, tombole e giocate a carte. Ma nel resto del mondo come si trascorre la notte di fine anno?. In Belgio Purificare il corpo dopo abbuffate di Natale per prepararsi all’anno nuovo. È così che si festeggia il Capodanno in Belgio, con una bella zuppa di cipolle che chiude il cenone e i festeggiamenti alle prime luci dell’alba. È di buon auspicio poi porre sotto i piatti una monetina o delle foglie di cavolo. In Brasile Il Paese sudamericano nella notte di Capodanno festeggia con tre tipi di menu a seconda che le località siano a ridosso del mare o nelle zone più interne. I ragazzi tendono a vestirsi di giallo, in omaggio al sole, alla vita e all’oro, segno di abbondanza. È usanza del capofamiglia buttare dietro le spalle un bicchiere di vino, per allontanare la sfortuna, mentre i giovani delle città costiere non rinunciano al bagno di mezzanotte. Cina Qui il Capodanno non si festeggia il 31 dicembre, come nel calendario gregoriano, ma in un giorno che segue il calendario lunare, che può variare dal 21 gennaio al 19 febbraio. I festeggiamenti durano due settimane e finiscono con la festa delle lanterne. Durante le celebrazioni ci si veste di rosso, colore portafortuna e che, secondo la tradizione, spaventerebbe Nian, il mostro mitologico che nella leggenda usciva dalla sua tana ogni 12 mesi per divorare gli esseri umani, quello raffigurato dalla maschera di leone che sfila per le città.
I dolci della tradizione
A Natale, i padroni indiscussi delle tavole imbandite sono di certo i dolci, declinati in ogni forma e ricetta per incontrare il gusto degli Italiani. Ogni regione, ogni città, ha il suo dolce tipico, fatto con ingredienti semplici e locali, alcuni esportati in tutto il mondo, altri meno famosi, ma pur sempre buonissimi. Ecco alcuni tra i più celebri dolci italiani delle feste di Natale. Buone feste! Il panettone di Milano Tra i re dei dolci italiani delle feste, ecco il panettone, nato in Lombardia dall’idea di un certo garzone di nome Toni, da cui il “Pan di Toni”, divenuto nel tempo panettone. La ricetta contiene ingredienti molto semplici: lievito, farina, latte, burro, uova e frutta candita e/o uvetta, secondo i gusti. La ricetta di questo dolce speciale ha circa 500 anni e non è mai stata cambiata, fatta eccezione per le varianti golose ripieno di gelato, cioccolato, creme…. Il buccellato siciliano Famoso in tutta l’isola, il buccellato è una grande ciambella fatta di pasta sfoglia ripiena di frutta candita ivi compresa la zucca, frutta secca, cioccolato e ricoperto di zucchero a velo, arance candite e glassa di zucchero. Una ricetta molto golosa, in tipico stile siciliano, che non risparmia sulla dolcezza dei suoi ingredienti. Il pandoro conosciuto in tutto il mondo, il pandoro gode di fama centenaria. Viene creato a Verona partendo da ingredienti anche stavolta molto semplici: uova, farina, zucchero, burro e lievito. Le origini risalgono al 1800, ma mille leggende ruotano intorno alla sua invenzione: c’è chi afferma sia originario dell’Austria, chi lo vede parente della brioche francese. Tralasciando tutto ciò, possiamo affermare che il pandoro farcito o meno è il dolce delle feste natalizie italiane per eccellenza. Pan pepato e panforte Tipici delle regioni centrali Lazio, Toscana, Umbria, il panpepato e il panforte sono simili e decisamente famosi in tutto il mondo come specialità natalizie tradizionali italiane. Anch’essi hanno la capacità di conservarsi a lungo senza particolari accorgimenti, visti i gli ingredienti: miele, pepe, frutta secca, mosto cioccolato, caffè, cannella e noce moscata. L’uso delle spezie risale a circa 6 secoli fa, periodo storico in cui le quelle orientali furono in auge nel bacino mediterraneo grazie anche ai viaggi di Marco Polo e per la loro capacità di non far deteriorare i cibi. Col tempo, il panforte fu variato aggiungendo lo zucchero a velo per ricoprirlo, rendendolo meno aspro in bocca. Il panpepato non viene invece ricoperto di zucchero a velo ma lo si trova normalmente al naturale o con posata sopra un’ostia.