Del maiale non si butta via niente

Le famiglie contadine, se avevano il maiale, ne sfruttavano ogni parte. Del maiale si usa non solo la carne, buona per preparare i piatti più svariati, ma anche  le setole, utilizzate per la realizzazione di pennelli e di aghi per calzolai, e il grasso per la produzione di lardo che trasformato in strutto sostituiva l’olio nella cottura del sugo per la pasta, oppure si utilizzava per il mantenimento della salsiccia.  E del sangue, cosa farne? Buttarlo via, neppure per sogno…Ed ecco che nasce il sanguinaccio, un insaccato costituito per lo più da interiora e sangue, arricchito con vari ingredienti in base alle tradizioni culinarie della regione in cui viene preparato. La lavorazione casareccia del maiale prevede la preparazione di diversi salumi. Il termine salume proviene dal tardo latino “salumen” che testualmente significa prodotto conservato sotto sale. La tecnica di conservazione dei cibi attraverso salagione, praticata fin dall’epoca romana, nasce quindi dall’esigenza di preservarli dalla marcescenza. Per l’economia della famiglia, infatti, era impossibile consumare tutta la carne ottenuta con l’uccisione del maiale, in pochi giorni. Si pensò allora di salarne alcuni pezzi e di insaccarne altri. Nacque così l’idea dei salumi prima prosciutti, capicolli e pancette e degli insaccati poi. Prosciutti, salami, salsicce e cotechini nascono, perciò, dall’esigenza di compattare in pezzi più grandi pezzi di carne che si generavano dalla scarnificazione delle ossa e dalla rifilatura dei pezzi grandi da sottoporre a salatura , e quindi l’insaccatura in budelli ricavati dagli stessi suini .

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