Rinunciare alle ferie aumenta lo stress

Tutti sappiamo quanto ci facciano bene le vacanze. Tutti ascoltiamo e facciamo discorsi alla macchinetta del caffè, in autobus, in metro, dal parrucchiere, sui luoghi paradisiaci verso i quali ci immaginiamo di rifugiarci, per “staccare la spina” dai ritmi di lavoro insostenibili e dalle vite frenetiche che non lasciano mai spazio al riposo. Eppure… Nonostante la consapevolezza dei benefici delle vacanze e dell’effettivo bisogno per il recupero delle energie, lavoriamo troppo e spesso non usufruiamo dei giorni di ferie a cui, tra l’altro, abbiamo diritto. Sono stati pubblicati di recente i risultati di uno studio, che mostra gli effetti del superlavoro sulla performance, il successo e il benessere. Gli autori dello studio si sono chiesti:?  siamo consapevoli dell’impatto reale che il superlavoro o la rinuncia alle ferie ha sulla produttività, sulla salute e in generale? L’ipotesi da cui è partito lo studio era che senza periodi opportuni di recupero, la nostra capacità di continuare a lavorare in maniera efficace e produttiva si riduce significativamente. Questa ipotesi è chiaramente opposta al pensiero diffuso che più lavori più produci e più perseveri, più successo ottieni. Fermatevi un attimo a ragionare di cosa vi private, voli, hotel, ristoranti, mare, montagna attrazioni varie come musei, esperienze, città senza voler pensare agli effetti sulla riduzione dello stress per le persone stesse. Soprattutto provate a pensare che le ferie sono tempo “pagato”. In genere le vacanze pianificate un mese prima della partenza sono più efficaci, perché non si trasformano in ulteriori fonti di stress dovute a scelte last minute, organizzazioni frenetiche, compromessi su mete e cose da fare. Andate dunque in vacanza, perché utilizzando tutti i giorni di ferie che avete a disposizione e pianificando con un po’ d’anticipo il vostro viaggio, sarete meno stressati e avrete più possibilità di fare carriera, lavorare meglio ed essere più felici.

Caffè nero bollente

Caffè nero bollente: è questa la definizione più classica di una delle bevande universalmente riconosciuta in tutto il mondo e che in Italia è un vero e proprio culto per la maggioranza della popolazione. Ma in realtà i colori del caffè, sia nella sua produzione che nel consumo giornaliero, sono decisamente più vari e dipendono da molte unioni sia nella lavorazione che nell’ aromatizzazione del chicco. Oltre alla bontà della bevanda in sè per sè, ed al potere eccitante dovuto alla presenza di caffeina, il caffè ha svolto nei secoli una fondamentale funzione sociale e di unione, tanto da rendere il semplice gesto di alzare la tazzina come un vero e proprio rito. Chi consuma tutti i giorni il caffè lo vede soltanto come prodotto finale, ma tutto parte dalle piantagioni, la maggior parte delle quali sono in Centro e Sud America oltre che in Africa con le due varietà più diffuse, ossia l’Arabica e la Robusta. La pianta del caffè ha un colore verde scuro nella parte superiore, più chiaro in quella inferiore e produce fiori bianchi che poi si trasformano in un frutto molto simile alle nostre comuni ciliegie. E se i chicchi dell’Arabica sono tipicamente verdi, quelli della varietà Robusta presentano un colore che va dal marrone al grigioverde. Una volta che le bacche del caffè vengono raccolte, quando sono mature, si passa alla seconda fase che è quella della sua essiccatura e precede quella della tostatura. Se all’origine il colore del caffè si presenta molto simile, quando arriva nella tazzina invece può assumere sfumature diverse. Inoltre il colore del caffè e il suo aroma possono essere determinati dal retrogusto che nella sua lavorazione si dà alla miscela. Così avremo una tonalità più intensa in un caffè dall’aroma ‘cioccolatoso’, ossia simile al gusto del cioccolato fondente, o ancora nel caffè ‘caramellato’, mentre sarà più tenue nel caffè cremoso o nel caffè ‘fruttato’.

Cosa non mangiare prima di volare

Siamo vicini alle partenze per il mare e la montagna ma anche per mete più distanti, per le quali dovremmo prendere l’aereo. Molte persone soffrono di fame nervosa e  ogni volta che si sentono sotto stress o nervosi, desiderano ardentemente mangiare qualsiasi cosa. Altri invece sono assaliti dalla fame quando si annoiano, quando sono in attesa  altri hanno necessità di fare numerosi spuntini durante il giorno. Per tutti questi casi, è importante sapere che cosa mangiare e che cosa invece evitare nelle contesti importanti, come può essere appunto un volo aereo. Ci si sposta sempre di più per motivi di lavoro o di svago in aereo, perché i voli sono economici ed è tutto molto più veloce e pratico. È importante tuttavia sapere che cosa non mangiare prima di un viaggio in aereo, per evitare di arrivare a destinazione con mal di testa o mal di pancia, causati da una cattiva digestione La maggior parte degli aeroporti ha al suo interno fast food e bar che offrono cibo industriale. In questo caso non ci si deve lasciare andare alla tentazione perché i cibi carichi di grassi saturi e sodio sono poco digeribili, in particolare a 37 mila piedi di altitudine. Anche le bevande gassate sono da evitare perché potrebbero gonfiare in modo eccessivo lo stomaco, causando quindi dolorosi fastidi. Molto spesso, per intrattenersi durante l’attesa, ci si lascia andare a qualche peccato di gola, ma i dolci sono i peggiori nemici per l’organismo, quando ci si sta per salire su un aereo. Gli zuccheri e i grassi presenti infatti, non saranno smaltiti a causa della totale inattività del corpo. Nel caso poi ci si prepari per un volo lungo, è dichiarato che gli zuccheri aumentino le tempistiche del jet lag.Se non si possono mangiare i dolci, è importante sapere che è sconsigliato anche il caffé prima di un volo, perché può creare fastidi allo stomaco e aumentare il nervosismo. Gran parte dei viaggiatori si ritroverà in queste pessime abitudini, ma niente è perduto: negli aeroporti ci sono sempre più bar e locali che offrono cibi salutari e freschi, come valida alternativa.

Zucchero di canna, bianco

Basta osservare una comune scena in un bar, di fronte alle bustine dello zucchero ciascuno punta alla sua: c’è chi sceglie il classico zucchero bianco, chi predilige quello di canna, chi punta sul fruttosio e chi usa il dolcificante. Ma in cosa differiscono questi prodotti? E da un punto di vista calorico, quali sono preferibili? Lo zucchero bianco è il risultato finale di un lungo processo di lavorazione che utilizza reagenti chimici viene commercializzato sotto forma di zucchero in polvere, cristallino, in zollette Lo zucchero di canna, invece, deriva dall’evaporazione del succo contenuto nel fusto della canna da zucchero, una pianta di origine tropicale. Esistono due tipi principali di zucchero di canna: lo zucchero grezzo e quello integrale. Il fruttosio è uno zucchero semplice che si trova nella stragrande maggioranza della frutta, nel miele e anche in piccole quantità in alcune verdure; combinato con il glucosio forma il saccarosio, ovvero il comune zucchero bianco. Dal punto di vista calorico lo zucchero bianco è un alimento leggermente più calorico, circa 20 kcalorie, rispetto allo zucchero di canna grezzo. La quasi totalità degli zuccheri presenti è rappresentato dal saccarosio in entrambi i tipi, pertanto  l’indice glicemico dei due tipi di zucchero è sostanzialmente identico. Va anche detto che un paio di cucchiaini al giorno di qualsiasi tipo di zucchero, utilizzati per dolcificare caffè, tè, latte, ecc. sono assolutamente ininfluenti sia dal punto di vista del bilancio calorico giornaliero che del nostro generale stato di salute. I potenziali danni sono dovuti a tutti quegli zuccheri semplici che assumiamo senza rendersi conto, poiché presenti nei cibi e nelle bevande che compaiono sulla nostra tavola: dolci e dolciumi, gelati, snacks, caramelle, merendine, bibite gassate, succhi di frutta e così via.

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La bottiglia che trasforma il vino scarso in pregiato

Trasformare un vino scarso in pregiato da oggi sarà facilissimo e per farlo ci vorranno solo 72 ore. Tutto grazie alla tecnologia, che anche nel settore enologico sta facendo passi da gigante. La novità in questo campo è una bottiglia che consente di invecchiare il vino in tempi record. In sole 72 ore infatti si passerà da un vino di scarsa qualità ad uno pregiato. A realizzare la nuova tecnologia un imprenditore italiano, che ha chiamato la bottiglia Pinocchio Barrique descrivendola come “la botte più piccola e robusta di sempre”. Si tratta di un barrique in legno di rovere in grado di fare invecchiare non solo il vino, ma qualsiasi altra bevanda alcolica in meno di 3 giorni, quando normalmente ci vorrebbero mesi se non anni. L’idea è semplice, ma geniale: far decantare la bottiglia di vino ma anche di grappa o birra all’interno della bottiglia iper-tecnologica, in grado di far sviluppare al liquido le note di vaniglia, caffè e cioccolato tipiche delle botti di rovere. Più a lungo il vino rimarrà nella bottiglia, più sarà buono e pregiato, ma bastano anche 72 ore per ottenere buoni risultati. Secondo i creatori con Pinocchio Barrique Bottle, bastano solo 10 giorni per ottenere liquori e vini invecchiati come se fossero stati 6 mesi in una botte. Le bottiglie sono vendute in quattro diversi stili, a seconda del vino che si vuole far invecchiare, e vengono costruite in rovere europea. Una bottiglia da 70 cl costa circa 70 euro.

 

Staccare la spina

La pausa pranzo è il momento più amato/odiato dai lavoratori. C’è chi la dimentica e trascorre quel tempo prezioso a terminare un lavoro importante o a portarsi avanti con delle pratiche, chi ne approfitta per scambiare due parole con i colleghi mentre ingurgita un panino o un’insalatona al volo e chi, invece, con grande felicità della mente ne approfitta per godersi una sana e piacevole lettura. Ma spesso e volentieri il tempo da dedicare a se stessi in ambiente lavorativo è davvero poco, se non addirittura carente. In questo caso, produttività, creatività e impegno vanno di pari passo, portando a risultati a dir poco disastrosi. Che sia chiudere gli occhi per qualche minuto, fare una camminata, concedersi due chiacchiere con un collega o guardare video di gattini su Internet, staccare ogni tanto è necessario. Che cosa fare ancora per ottimizzare la pausa pranzo? Semplice, è il momento perfetto per utilizzare i social media come Facebook, Twitter e Instagram! L’ora dei pasti è l’ideale per connetterti con il mondo e con i tuoi amici, le ore dedicate alla pausa pranzo sono incredibilmente dense di notizie e aggiornamenti da parte delle riviste in quanto, di solito, gli impiegati trascorrono il loro tempo con uno smartphone in mano per fare qualcosa mentre sono seduti difronte a un piatto di pasta, o a piccoli snack Scommettiamo che un caffè subito dopo aver mangiato non manca mai ? È un abitudine quotidiana, il tuo modo per coccolarti dopo una mattinata di lavoro intenso.Prendere un caffè dopo il pasto ti mette di buon umore e stimola la creatività. Basta anche ascoltare il rumore del gorgoglio del liquido che sale nella caffettiera per mettere in moto i neuroni atti ad accendere il motore dell’inventiva. Inoltre, per godersi quella tazza di caffè siamo costretti ad alzarci dalla scrivania e cambiare postazione. Questo è il secondo vantaggio che ci permette di massimizzare le pause sul lavoro, È, quindi, molto importante dividere la  giornata in blocchi in cui potersi alzare e fare un giro attorno alla macchinetta del caffè, assaporandone il profumo e il sapore, per poi fiondarsi con più grinta nelle ultime consegne prima di tornare, finalmente, nel tuo rifugio domestico.

La sindrome del multitasking

Allattare il bimbo mentre si scrive un articolo, nel frattempo rispondere al telefono e mettersi d’accordo con un’amica per un caffè e, contemporaneamente, mandare un’e-mail. Il tutto mentre si ascolta uno splendido pezzo musicale appena scaricato. È l’era del multitasking, che secondo gli esperti porta alla disattenzione intermittente suscitata dal perenne bombardamento mediatico. Si fa una cosa e, grazie o per colpa di alle nuove tecnologie si possono portare avanti altri tre/quattro compiti. Ma la domanda è: fa bene? E se anche facesse bene, sarebbe naturale per l’essere umano. Il tipo di esperimento eseguito, su un campione di individui destri e nessun mancino e con due compiti da portare a termine che erano simili tra loro, dicono i ricercatori non consente di dire se la divisione dei compiti tra i due emisferi sia casuale o dipenda dal tipo di operazione e dalla dominanza di un emisfero su un altro. Ma i risultati dello studio suggeriscono che il lobo frontale, che ha funzioni esecutive, è limitato a svolgere al massimo due compiti nello stesso momento. «Ecco perché la gente prende spesso decisioni irrazionali quando fa più di due cose insieme», spiega Koechlin: «Possiamo cucinare e stare al telefono, ma non possiamo per natura provare a leggere anche il giornale». Lo studio suggerisce anche che non esagerare nel multitasking è una buona regola non solo per le cose da fare, ma anche per quelle da pensare. Fin dall’inizio della giornata: niente più colazioni brevi e frenetiche, si fa il caffè mentre si accende il computer e si controllano le e-mail sullo smartphone, per dire. Niente cene familiari con la tv accesa. Niente telefonate mentre si legge, si cucina o si lavora. Il nostro cervello non è fatto se non a un caro prezzo per fare troppe cose in una volta, così non è predisposto nemmeno per pensare a troppe cose: anche le scelte devono essere prese su due opzioni alla volta.