Frutta in campo

In principio sono stati i tulipani, con un grande campo nato alle porte di Milano dove camminare tra i fiori, raccoglierli da sé e portarli a casa: un’idea già diffusa in altre città, come Roma e Firenze. Adesso tocca alla frutta: albicocche, mele, susine, pere, pesche, ciliegie, more e uva da cogliere direttamente tra i filari di un frutteto cittadino grande, con 2mila piante di nove specie diverse, disposte in 26 filari e 60 varietà di frutti con diversi periodi di maturazione. Un’attività, quella di cogliere la frutta direttamente dagli alberi, che sarà magari normale per chi vive in campagna: ma per chi vive in città la frutta è solo quella che si compra al supermercato o, al massimo, ai banchi dei mercati settimanali. L’azienda si  chiama “FruttaInCampo” Un’idea commerciale nata dal lavoro di un gruppo di soci, ma che gioca anche sul piacere del ritorno alla natura e sulla scoperta non solo per i bambini della frutta appena raccolta. “Lo scopo è quello di produrre in modo sano frutta che possa essere raccolta direttamente dal consumatore, nel momento della sua massima maturazione. Questo permette di portare in tavola sempre frutta fresca, maturata sulla pianta e quindi ricca di sapori, profumi e sostanze nutritive”. E quindi: niente prodotti chimici, letame come fertilizzante, reti anti-insetto per ridurre al minimo i trattamenti. E tanta frutta pronta da mangiare: proprio come nel campo di tulipani di Cornaredo la filosofia è quella “u pick”, “tu raccogli”. Si passeggia tra i filari con i cestini, si sceglie la frutta, si coglie e si paga all’uscita in base al peso. Dopo il freddo intenso del mese scorso, le fioriture nel campo sono state un po’ ritardate. La scorsa settimana il frutteto ha aperto per un primo giro esplorativo tra gli alberi in fiore. La raccolta inizierà a maggio: il giorno sarà deciso quando ci saranno un numero sufficiente di varietà pronte da cogliere.

Rosa è il colore del nuovo cibo…degli dei

Non è dato a sapersi se diverrà l’alimento più desiderato dagli amanti dei dolci: verosimilmente, però, il cioccolato rosa sarà presto il più fotografato. La nuova varietà, il primo nuovo tipo di cioccolato introdotto da 80 anni a questa parte, da quando cioè fu lanciato quello bianco, è stata ottenuta nell’arco di 13 anni di esperimenti dalla Barry Callebaut, azienda di Zurigo specializzata in cacao e ricavati, che ne tiene per ora segreta la ricetta. Sono i suoi creatori a raccontare il sapore: meno dolce di quello del cioccolato al latte, con una nota acidula e un profumo delicato di frutti rossi.Nessun estratto naturale, additivo o colorante è però stato aggiunto, per ottenere aroma e colore della quarta varietà ufficiale di cioccolato dopo fondente, al latte e bianco: il Ruby Chocolate deve il suo rosa totalmente al tipo di fava di cacao da cui è estratto, che racchiude lo stesso pigmento ed è raccolta in Costa d’Avorio, Brasile ed Ecuador. La composizione delle nuove stecche è ancora top secret, anche se alcuni sostengono che possa derivare unicamente dalle fave di cacao a differenza del cioccolato al latte, e di quello bianco, che contengono grandi quantità di latte e burro di cacao, rispettivamente. Un po’ di pazienza. Il cioccolato rosa è stato esibito il 5 settembre in Cina nel corso di un evento esclusivo. Al momento se ne sta predisponendo la vendita ai grandi distributori di tutto il mondo: per averlo al dettaglio e assaggiare questa nuova curiosità alimentare occorreranno 6-18 mesi, a seconda dei Paesi e degli accordi.

 

Il caffè come ingrediente in cucina

Appaiono due mondi lontani, invece si uniscono alla perfezione. Che si tratti di arrosto di vitello o di maiale, preparate a parte una salsa al caffè con cui spennellare la carne durante la cottura e servitela in una salsiera come accompagnamento che ogni invitato può aggiungere a piacere. L’aroma dell’espresso ben si accompagna anche con il sapore delicato del pesce. Il modo migliore è quello di usare il caffè in polvere per marinare filetti di pesce. Abbinate all’espresso, spezie e aromi come origano, aglio, paprika, peperoncino nulla vieta di usare mix diversi di aromi, mescolateli con cura e poi mettete il composto su un solo lato del filetto, lasciate riposare il tutto per almeno un paio d’ore e poi continuate alla cottura in padella. L’uso forse più classico dell’espresso in cucina è quello nei dessert. Se ne fanno torte, semifreddi, sorbetti, gelati, dolci al cucchiaio. Eccellente soprattutto in dolci dove compaiono anche cioccolato, cacao, vaniglia e cannella. Divertitevi a adoperarlo sotto forme diverse: liquido è perfetto se lo dovete unire ad un impasto o se state preparando una salsa; macinato invece è ideale in caso di impanature e marinate; in grani interi è indicato per guarnire. Nel primo caso potete anche optare per un caffè solubile per praticità, fermo restando che l’aroma della moka è certamente più raffinato. Non lasciatevi intimorire dalla caffeina, se temete che assumerla attraverso una pietanza possa agire sul vostro sistema nervoso, ricordatevi che con la cottura la caffeina si degrada, e se proprio volete essere certi di non correre il rischio di avere difficoltà ad addormentarvi, potete sempre optare per il caffè decaffeinato. Il caffè è indicato per caramellare gli alimenti in quanto sigilla gli aromi del prodotto che state cuocendo. In più è in grado di esaltarne il sapore. Nel caso amaste la cucina alla griglia, sappiate che la rende ancora più gustosa. Divertitevi a provare miscele diverse e trovate quella più adatta a ogni circostanza.

La Dionaea muscipula

La Dionaea muscipula è conosciuta soprattutto come pianta carnivora ed è la più nota in assoluta. Prima di tutto perché la coltivazione è semplice, si può tenere facilmente in casa e piace tantissimo ai bambini. Si può comprare spesso anche nei supermercati, ma per essere sicuri di portare a casa una pianta sana e in buon condizioni andate in un vivaio o da un fiorista di fiducia. Di che cosa ha bisogno? Deve essere ben illuminata. È perfetta per essere tenuta all’aperto. Si consiglia quindi di collocare il vaso vicino a una finestra affinché ci sia una luce diretta per tutta la giornata. Un altro luogo adatto è un davanzale ben soleggiato. È importante fare attenzione alle correnti: la dionaea muscipula deve essere tenuta al riparo dall’aria. Se avete deciso che la vostra pianta carnivora deve essere coltivata in vaso, ricordate di utilizzare dei vasi di ampie dimensioni. Si consiglia quindi di travasarla, in primavera, affinchè non soffra. Si tratta di un’operazione abbastanza delicata, perché le radici potrebbero venir deteriorate. È poi importante rendere il terriccio acido al punto giusto, quindi usate torba di sfagno e associate anche della sabbia non calcarea per trattenere i liquidi. Il terreno deve sempre essere ben bagnato. La Dionaea muscipula soffre tantissimo la mancanza di acqua, così come non vuole alcun fertilizzante. Che cosa mangia? Si ha l’idea che una pianta carnivora debba essere nutrita con qualche esca, niente di più sbagliato. La pianta sopravvive anche senza l’ingestione inutile di insetti. Ci penserà da sola.

Non lo butto!!

Ognuno in casa ha almeno due o tre mobili con cassetti contenenti di tutto, da esemplari improponibili di vecchi telefonini a borse a bigliettini di auguri degli anni Novanta. Se non riuscite ad affrontare la decisione di buttare i tanti oggetti raccolti poiché credete che, prima o poi, possano essere ancora utili, ecco una pratica lista di quello che invece dovreste eliminare senza pietà alcuna. Piccoli elettrodomestici non funzionanti. Avete ancora il vecchio mixer che vi ha donato vostra madre ma di cui avete perso le lame? O lo spazzolino da denti elettrico che non si avvia più? Ebbene: sappiate che non lo farete riparare mai. Dunque buttatelo, fate spazio al nuovo. Ombrelli rovinati È vero che quando piove è meglio avere un ombrello rotto piuttosto che non averlo affatto ma gettare via quello scadente sarà un buon incentivo per ricomprarne uno di cui non dovrete vergognarvi. Vecchi telefoni. Quasi tutte le case hanno almeno un cassetto con cellulari vecchi, cavetti, cavi carica batterie e così via. Ma a cosa serve tenerli? Non li riutilizzerete mai, sono tecnologicamente arretrati, al pari di dinosauri estinti. E i cavetti quasi mai si possono adattare a nuovi apparecchi. Prendete una busta e portate tutto nei punti di raccolta del materiale elettronico. Scatole di scarpe Non tenete le scatole delle scarpe: sono molto ingombranti, e buttate anche le scarpe vecchie che non porterete mai. Mentre quelle che portate riponetele nelle scarpiere. Vecchie garanzie.Le garanzie degli elettrodomestici e di altri apparecchi non sono eterne, hanno scadenze ben precise. Prendete il vostro plico di carta e gettate via tutto, lasciando nel cassetto solo le garanzie ancora valide. Videogiochi vecchi Non usate più un videogioco da almeno due anni? È giunta l’ora di buttarlo, regalarlo o venderlo. Provate nei vari mercatini dell’usato del quartiere oppure online.

Come tenere i bambini a tavola al ristorante

Nell’eterna questione bambini al ristorante si o no, chi preferisce un locale senza bimbi di solito tira in ballo l’educazione dei piccoli, il loro essere rumorosi, piagnucoloni, il correre ovunque tra i tavoli, infastidendo gli altri clienti. Della serie “se hanno  inventato le babysitter un motivo ci sarà”. Ma basterebbe qualche regola di semplice buon senso, da parte dei genitori, per far si che la serata a cena fuori sia piacevole per loro, per i figli e anche per gli altri clienti che invece non hanno piccoli al seguito. Lo assicurano anche  esperti  di galateo, Bisogna ricordare che, com’è giusto che sia, i bambini sono per i genitori al centro del mondo. Ma è meglio per la quiete collettiva che non ci siano troppi centri del mondo nello stesso locale. Insomma, se a casa ciascun bambino può essere libero e attirare l’attenzione di tutti, in un ambiente pubblico ciò crea solo confusione. Se al ristorante o in pizzeria siamo a tavola con uno o più bambini, il tutto risate e giochi, chiacchiere e anche lamenti deve rimanere nel perimetro e circonferenza del tavolo, senza imporre agli altri la propria presenza. In merito al menu, i genitori dovrebbero sempre, quando scelgono un locale, informarsi sul menu e se c’è eventualmente la possibilità di fare variazioni. Non è carino mettere in crisi una cucina perché abbiamo deciso che il nostro bambino deve soddisfare tutti i suoi desideri per esempio pretendere il filetto di vitello in un ristorante di pesce. Una volta scelto il locale, si passa alla prenotazione. I genitori devono informare al momento della prenotazione che porteranno i figli, così il ristoratore o la pizzeria troverà un tavolo adeguato. Importante anche la sistemazione al tavolo, specie se la compagnia è composta da più coppie e più bambini: per il tavolo rettangolare in teoria gli adulti devono occupare la parte centrale con i bambini riuniti in due gruppetti ai lati, in base all’età o, se si preferisce, maschietti da una parte e femminucce dall’altra. Nel caso di tavoli tondi, se ne possono occupare due vicini, uno per i genitori e uno per i figli che saranno comunque sorvegliati da mamme e papà. I bimbi di solito mangiano meno non tutta la serie di antipasto, primo, secondo, dolce. Un’idea saggia è chiedere che il cibo per i bambini, magari solo un piatto unico, sia portato insieme agli antipasti, così non si sentiranno in disparte e nervosi. Il ristorante può essere una palestra, è tra i primi contatti della vita di società. Ma non può essere l’unica palestra. Si dovrebbe andare se e quando i bambini sono pronti a capire e vivere i tempi del pasto al ristorante, che non sono quelli di casa, dove magari in 20 minuti poi si torna a giocare. Meglio dunque che il bambino abbia già avuto esperienza di mangiare fuori casa così che possa accettare che le regole del ristorante non sono quelle di casa.

Cercatori di nuovi sapori

Era stata la volta degli assaggiatori di birra, poi di quelli di cioccolato, ma nel mondo dei food job esiste un altro lavoro dei sogni: il cercatore di sapori. E’ questo infatti che cerca l’azienda Noosa, produttrice di yogurt che si prepara a far parlare molto di sé. Dopo aver sdoganato nel mondo vasetti di yogurt al sapore di pera e cardamomo o mirtilli e serrano, ora si appresta ad aprire le porte del suo mondo a ben cinque nuovi addetti ai lavori con un concorso che si chiuderà il 20 aprile 2018. I requisiti sono molto semplici: essere disposti a viaggiare e avere una gran curiosità e voglia di scoprire cose nuove. Il lavoro consisterà infatti di essere dei veri e propri scopritori di sapori e abbinamenti nuovi, dei cercatori di tesori del gusto da poter poi impiegare nella creazione di nuovi prodotti. Ognuno dei candidati selezionati avrà uno stipendio di 2000 dollari e sarà abbinato a una destinazione e uno scopo ben precisi:  Cina per studiare il rambutan, a Buenos Aires per il vino di Rioja, in Turchia per i pistacchi o in California per le albicocche. Il tutto, accompagnato da uno in Colorado per conoscere gli stabilimenti di produzione Come candidarsi? Per questo lavoro non c’è bisogno di un curriculum vitae, o di sostenere  dei lunghi e articolati colloqui. Quello che l’azienda cerca è il guizzo della fantasia e l’innata capacità di abbinare sapori e consistenze diverse, nel mondo del food: basterà quindi caricare, tramite Twitter, Instagram o l’app del sito, la foto della pietanza che più di tutte rappresenta il proprio yogurt ideale, l’abbinamento perfetto, la ricetta che desiderereste trovare negli scaffali del supermercato e che ancora nessuno ha inventato. Racchiudere, in pratica, in una foto quello che eseguireste nella quotidianità lavorativa e spiegarlo con una legenda spiritosa e accattivante, in linea con lo stile aziendale. Le risposte del mondo di Internet, non sono tardate ad arrivare e cominciano già a riempire i social. Il giudizio? Quattro giurati scelti tra i dirigenti dell’azienda sceglieranno i primi quattro vincitori, adoperando come criteri le didascalie delle foto, l’originalità e l’appetibilità e commerciabilità dei sapori proposti, mentre il quinto sarà votato dalla “fan base” tramite i profili social.

Giardini bellissimi dl mondo

Ci sono nel mondo giardini bellissimi di ogni dimensione e tipologia,tra i più quotati in questa arte vi sono sicuramente  i giardini giapponesi  Lontano dal Paese del Sol Levante fioriscono e danno spettacolo rigogliosi giardini coltivati secondo tradizione. Ma se credete che giardino giapponese voglia dire solo giardino zen, vi sbagliate. Bisogna innanzitutto sapere che quelli che da noi sono considerati appunto giardini zen, non sono affatto zen. Chiamati karesansui si distinguono per la mancanza di acqua corrente e quindi per le distese di ghiaia e sabbia, pettinata dai rastrelli e tra cui spunta, di tanto in tanto qualche solitario arbusto. In realtà i karesansui non sono esclusivi dei templi zen, e viceversa i templi zen presentano molti altri tipi di giardino. Dunque come giardino giapponese valgono a pieno titolo tutti quelli che, dal karesansui, al roji, al kaiyu-shiki-teien, ne rappresentino principi compositivi. Ve ne suggeriamo alcuni magari da visitare. Con i suoi 100 anni di storia, Huntington, a San Marino in California, è il posto giusto per fare il giro dei fiori del mondo. Oltre ai incantevoli Desert Garden e persino Shakespearian Garden, non poteva mancare in Japanese Garden. Il classico ponte a mezzaluna sul laghetto zen in cui nuotano le multicolor carpe koi, nonché la casa storica giapponese, la sala da tè e un bellissimo giardino di bonsai hanno attirato, dal 1928, più di 20 milioni di visitatori. L’Anderson Japanese Gardens a Rockford è di certo uno dei più suggestivi. Anche in questo caso si cerca l’armonia tra tre elementi principali: l’acqua, la terra e la vegetazione, ove vengono immersi con grazia i manufatti umani, come pagode, lanterne e ponti. Forte del recente ampliamento ad opera di Kengo Kuma, il Portland Japanese Garden si presenta ancora una volta ad essere il più bel giardino orientale fuori patria. Ben otto varietà di giardini diversi tra cui non mancano quello di sabbia e il flat garden, con arbusti bassi e piatti, o il natural garden, concepito per far riflettere sulla brevità della vita

Erbe rilassanti per propiziare il sonno.

Da tempo questi doni della natura sono largamente usati per le benefiche tisane serali. Fra i rimedi naturali più utilizzati di certo ci sono le tisane e in particolare quelle antistress e rasserenanti, delle perfette bevande della sera da sorseggiare per agevolare l’arrivo del sonno. Ma non tutti gli infusi sono uguali, bisogna infatti saper scegliere le erbe rilassanti migliori da bere da sole oppure mischiandole fra loro, avvicinando così più effetti benefici. Senza dubbio uno dei prodotti più usati per facilitare l’arrivo di Morfeo è la camomilla, di cui si utilizza il fiore essiccato per la soluzione di una serie di problemi. Dal mal di stomaco ai dolori del ciclo, ma più di tutto per calmare i nervi e favorire il ritorno alla tranquillità, la camomilla è in assoluto uno dei rimedi più usati al mondo, specie in caso di insonnia e stati d’ansia lievi. Collega della camomilla è la valeriana, che oltre che come erba per infusi spesso viene usata sotto forma di preparato idroalcolico da consumare con poca acqua. Essa agisce sedando gli stati di agitazione, l’irrequietezza e calmando i nervi. Ma attenzione a non superare le dosi consigliate dal medico o dall’erborista, in quanto un uso massiccio e prolungato può portare, strano ma vero, all’effetto opposto. Chi associa a problemi di agitazione anche tachicardia, di certo non rinuncia poi a prendere il biancospino. Questa pianta è un rilassante naturale del muscolo cardiaco e agisce dilatando i vasi sanguigni e regolando pressione arteriosa e battiti. Ha potere anche sul sistema nervoso centrale, sedando gli stati nevrotici e placando lo stress. Qualcuno avrà anche sentito parlare dell’erba di San Giovanni, che altro non è che l’iperico. Questa pianta è molto usata in medicina naturale per curare i primi stadi di depressione. Agisce anche contro l’ansia e l’irritabilità, facendo tornare la calma. Per tutte queste ragioni è una delle erbe più efficaci quando si vuole favorire la serenità serale e il conseguente buon sonno. Bella e brava è anche la passiflora, anche detta fiore della passione. La conoscono bene coloro che soffrono di ansia e irruenza, i quali spesso ricorrono ai suoi profumi benefici per placare ansia e ira. Le sue proprietà sono ampiamente riconosciute anche dalla medicina tradizionale e spesso cure a base di passiflora sono ordinate a pazienti che devono disabituarsi dagli psicofarmaci.

Ecco come realizzare una buona frittura

Innanzitutto occhio alla quantità di olio, che deve sempre essere adeguata. Quando se ne usa poco e si cuoce tutto assieme, la temperatura scende anche fino a 150 gradi e gli alimenti tendono ad assorbire l’olio, senza completare la cottura.

Utilizzare se possibile una friggitrice elettrica. Il termostato regolabile, di cui sono forniti tali elettrodomestici, consente il controllo preciso della temperatura, che sarebbe impossibile con il fornello a metano. Inoltre le friggitrici sono progettate per non oltrepassare i 190 °C, quindi la frittura rimane al di sotto del punto di fumo della maggior parte degli oli. Alcuni modelli sono dotati di un apposito coperchio che lascia uscire il vapore d’acqua ma limita il contatto dell’olio bollente con l’aria, ritardando in questo modo sia l’idrolisi che l’ossidazione dei trigliceridi. Scartare l’olio quando si nota che il colore inizia ad imbrunire, o se il liquido prende fuoco accidentalmente. Evitare il “flaming wok”, la finta frittura infuocata tipica di alcuni ristoranti asiatici e anche di qualche cuoco occidentale. Il sistema aggiunge un retrogusto pungente ritenuto una prelibatezza da alcuni consumatori.  Questo sistema di frittura non ha nulla a che vedere con la tecnica flambé. Quanto al riutilizzo, in casa è sempre meglio evitarlo. Se proprio necessario, comunque, è meglio non rabboccarlo. Una volta finita la cottura, conviene gettare l’olio vecchio e metterne altro in padella. Ci sono alcune regole da rispettare, anche sulla scelta dell’olio però, un olio è più resistente se contiene una quota maggiore di acidi grassi monoinsaturi. È il caso, ad esempio, dell’olio di oliva, il cui contenuto di acido oleico è superiore a tutti gli altri. Ma anche l’olio di arachide ha un’alta resistenza che lo rende ideale per una buona frittura. L’extravergine di oliva, non essendo raffinato e quindi dotato di una scorta di acidi grassi liberi superiore, ha una quota di sostanze che lo rendono pregiato, ma che ad alte temperature vengono degradate, assieme all’aroma, che tende a svanire. Ecco perché, se non a basse temperature o in presenza di una bassa acidità, il suo utilizzo nelle fritture non è consigliato. Gli oli di semi di girasole, mais e soia tendono a deteriorarsi facilmente se esposti all’aria e ad alte temperature.