La pizza è più motivante del denaro, una ricerca lo dimostra

In base ai risultati di un recente studio, sembrerebbe che la pizza sia più motivante del denaro. Può sembrare un’assurdità ma non lo è poi così tanto. Rifletteteci un’attimo: da soli, in mezzo al mare  in un’isola deserta, cosa ne fareste di banconote e monete? Meglio una buonissima pizza. Lo studio è stato condotto nell’arco di una settimana in una fabbrica in Israele, in cui erano state promesse delle ricompense ad alcuni operai al raggiungimento di determinati obiettivi. Ad un gruppo di operai era stato promesso un messaggio di congratulazioni da parte del capo, ad un altro gruppo un bonus di 30 euro, ad un terzo gruppo un buono omaggio per una pizza. In questo modo i gruppi di operai sono stati monitorati per capire quale promessa avrebbe reso di più. All’inizio della settimana i più produttivi si sono rivelati gli operai a cui era stata promessa una pizza, seguiti da quelli del messaggio da parte del capo, per ultimi quelli a cui era stato promesso un bonus in denaro.Anche alla fine della settimana il bonus in denaro è rimasto all’ultimo posto, mentre la produttività maggiore l’hanno avuta gli operai a cui era stato promesso un messaggio da parte del capo. Insomma, la pizza si è rivelata molto più motivante del denaro e una cosa è chiara: un semplice incoraggiamento, una buona parola, possono rendere migliore la vita ed il lavoro.

Volersi bene

Volersi bene: sentimenti che proviamo e dimostriamo Voler bene ai genitori, ai figli, al partner, agli amici… è un sentimento bellissimo, che proviamo e dimostriamo spontaneamente ogni giorno. E come ci comportiamo quando vogliamo bene a qualcuno? Ce ne prendiamo cura. Dimostriamo ogni giorno il bene che proviamo con parole e gesti. Ci accertiamo che questa persona stia bene, e ci preoccupiamo se ci sono dei problemi. Cerchiamo di renderla felice. Gli stiamo accanto dando il meglio di noi. È meraviglioso voler bene a qualcuno, perché non inizi da te stesso? Tutto questo è importante tu lo faccia anche nei tuoi confronti. Troppo spesso cerchiamo di dare il meglio di noi agli altri, ma ci dimentichiamo che dovremmo farlo prima di tutto per noi stessi! In fondo noi siamo una delle persone più importanti della nostra vita, e solo capendo e attuando questo concetto possiamo ottenere il meglio per noi, e dare anche il meglio di noi agli altri.  Volersi bene significa vivere la propria vita in modo da sentirsi felici, in armonia con i propri valori, i propri bisogni, e i propri desideri e questo senza che ci sia un prezzo da pagare per nessuno ne per te ne per gli altri. Tutto ciò potrebbe a prima vista sembrare scontato, ma a volte ci scordiamo di farlo in molti modi e senza neanche rendercene conto. Si va incontro così a difficoltà di vario tipo, in quanto questo è un presupposto necessario per vivere in armonia con se stessi e con gli altri. Quando ci vogliamo meno bene? Quando non ascoltiamo le nostre emozioni e i messaggi che ci sta inviando il nostro cuore. Quando non ci prendiamo cura delle nostre necessità  Quando non ascoltiamo il nostro corpo Quando facciamo di tutto per piacere agli altri e mettiamo noi stessi in secondo piano. Quando non riusciamo a distinguere ciò che è buono per noi da ciò che  non lo è. Quando lasciamo che qualcuno prevalga su di noi. Quando credendo poco nelle nostre potenzialità ,mettiamo i nostri sogni ed  aspirazioni nel cassetto. Quando ci giudichiamo.. impariamo a volerci bene

Anche quest’anno il mochi ha fatto le sue vittime

Due persone sono morte in Giappone e diverse sono ricoverate in condizioni critiche dopo aver mangiato le tradizionali torte di riso ‘mochi’ nel corso delle feste per il nuovo anno. Tutti gli anni nel Paese del Sol levante si verificano degli incidenti legati al mochi, un tortino di riso che fa parte della tradizione culinaria dell’ultimo dell’anno.Si tratta di panini rotondi fatti con riso morbido e gommoso. Il riso viene prima cotto a vapore e poi sminuzzato e schiacciato. La massa appiccicosa viene quindi lavorata nella forma finale tipica del mochi e cotta o bollita. Le famiglie nipponiche festeggiano abitualmente il Capodanno cucinando un brodo vegetale nel quale scaldano il mochi. Ma in che modo questi tortini uccidono? I panini sono gommosi ed eccezionalmente appiccicosi. Tanto da richiedere una lunga masticazione prima di essere ingoiati; chi non può masticare bene come i bambini, o gli anziani  può trovarli difficoltosi da mangiare. E il problema è proprio questo: se non viene masticato ma soltanto ingoiato, il mochi si blocca in gola e può portare al soffocamento. Secondo i  sondaggi giapponesi, il 90% delle persone finite in ospedale per colpa di questo piatto di Capodanno è composto da ‘over 60’. E ogni anno si verificano problemi di questo tipo. Ecco dunque che a dicembre, nei giorni che precedono il 31, si moltiplicano i messaggi delle autorità, che invitano  specialmente i più giovani e gli anziani a mangiare solo mochi tagliati a pezzetti molto piccoli. Eppure, nonostante gli avvertimenti, continuano a verificarsi incidenti legati a questo piatto. Anche nei giorni scorsi i morti sono stati due, con diverse persone ricoverate.

 

I biscotti della fortuna

Il biscotto della fortuna è un biscotto croccante realizzato solitamente con farina, zucchero, vaniglia ed olio/burro, al suo interno è racchiusa una piccola “fortuna” ovvero un messaggio di buon auspicio scritto su un pezzo di carta. La “fortuna” può essere espressa con poche parole precise o vaghe, che dovrebbero rappresentare una profezia. Il messaggio può includere anche una frase cinese accompagnata dalla traduzione o un elenco di numeri “fortunati”. Questi biscotti vengono spesso serviti come dessert nei ristoranti cinesi, ma sono praticamente assenti sul territorio cinese. Solo di recente, nelle zone turistiche, alcuni ristoratori hanno deciso di adottare questa tradizione per attirare clienti occidentali. Dove è stato inventato il biscotto della fortuna? Il biscotto della fortuna è nato in California. Al contrario di come si possa pensare, il biscotto della fortuna è uno dei tantissimi prodotti nati sotto la bandiera a stelle e strisce, precisamente in California nei primi anni del 1900.La paternità dell’invenzione non è però ancora nota, c’è chi sostiene che sia da attribuire a Makoto Hagiwara, chi a David Jung. Il primo era un immigrato giapponese che serviva biscotti al Tea Garden di San Francisco e che iniziò ad inserire delle piccole frasi di ringraziamento per i clienti. Jung invece era un cinese emigrato a Los Angeles dove fondò la Hong Kong Noodle Company per i cui dipendenti iniziò a distribuire i biscotti pieni di frasi di ispirazione raccolte tra i passi delle Scritture. Il diverbio sembra essersi però risolto, almeno dal punto di vista giuridico, quando la Historical Review Court si schierò con il giapponese, dando la definitiva paternità alla città di San Francisco.

Sentire e ascoltare sono due azioni diverse

Dopo una giornata abbiamo sentito molte cose, ma ne abbiamo ascoltate poche. Quando sentiamo non prestiamo troppa attenzione, semplicemente captiamo la successione di suoni che si produce intorno a noi. Invece quando ascoltiamo, la nostra attenzione è rivolta ad un suono ad esempio quando siamo distesi in giardino su una amaca ascoltiamo il cinguettare degli uccelli, oppure quando siamo distesi su un lettino al mare in un angolo più isolato ascoltiamo l’infrangersi delle onde sulla scogliera , in questi momenti sentiamo un messaggio specifico, i rumori cioè esiste un’intenzionalità di fondo e i nostri sensi sono tutti focalizzati sull’informazione che stiamo ricevendo. Così, succede alle persone che sanno ascoltare gli altri, Saper ascoltare è molto difficile perché esige controllo ed implica attenzione, comprensione e sforzo per captare il messaggio del proprio interlocutore sia esso un suono della natura che un messaggio vocale di un amico, un figlio, un partner. Ascoltare significa dirigere la propria attenzione verso l’altro, entrare nel suo ambito di interesse e nel suo sistema di riferimento. A volte capita di incontrare delle difficoltà nell’ascoltare l’altro e presto si passa dall’ascoltare al sentire, mentre si elabora una risposta per quando l’altro avrà finito di parlare, senza tentare di prestare attenzione a quello che dice. Il dialogo si blocca a causa di incontinenze verbali. Se tutti vogliamo parlare nello stesso momento, senza ascoltare le ragioni dell’altro, non ci sarà un dialogo vero e proprio, ma solamente monologhi che si sovrappongono. “Parlare è una necessità, ascoltare è un’arte.” (Goethe)

Con i defunti fanno tazzine da caffè

Il messicano Justin Crowe ha iniziato a produrre servizi da caffè e da tavola che incorporano le ceneri dei defunti: inizialmente doveva essere una singola iniziativa artistica, ma l’interesse è stato talmente elevato che Crowe ha aperto una ditta che produce questo insolito servizio, e produrre tazze, piatti e accessori con le ceneri dei defunti, è diventato un business“Volevo creare un servito di piatti che facesse trapelare un senso di mortalità nella vita di tutti i giorni”. Nel 2015, ha acquistato 200 ossa umane da un commerciante specializzato, le ha ridotte in polvere e usate nella miscela per creare un set da tavola, perfettamente funzionante. Poi ha organizzato una cena dove gli ospiti mangiavano da questi “resti umani trasformati”.I partecipanti alla cena hanno dimostrato interesse nella cosa, ed hanno iniziato a chiedere a Crowe se poteva fare qualcosa anche per loro, finché Crowe non si è reso conto che la sua idea poteva essere considerata una sorta di particolare evoluzione della creazione, e c’erano diverse persone che avrebbero voluto qualcosa di più che le ceneri per ricordare qualcuno che non c’è più, magari trasformandolo in qualcosa di “funzionale” come un vaso o una tazza. Crowe racconta che la sua idea per alcuni non è molto popolare,ad esempio una donna gli ha mandato diversi messaggi minacciandolo di denunciarlo, citandogli la Bibbia e promettendogli che sarebbe bruciato all’inferno. Ma in generale i pareri sembrano positivi (almeno nei paesi dove la cremazione è più diffusa). “Questi oggetti nascono da una persona che prima era viva. Crowe mette tutto in prospettiva, mostrando che siamo tutti fatti della polvere su cui camminiamo”.chronicle-cremation-designs-ashes-1200x681

Costruire e mantenere un’amicizia

Accade spesso di ascoltare lamentele di amiche tradite, rapporti burrascosi fra soci che non riescono a sopportare la vista uno dell’altro o persone che dopo una vita insieme si tolgono il saluto. Per mantenere una buona amicizia bisogna avere la pazienza A volte può scattare, come l’amore, grazie a un colpo di fulmine e un feeling a pelle, ma attenzione: costruire e rendere duratura un’amicizia è un impegno su cui riflettere con cura, perché mette in luce chi siamo veramente e cosa vogliamo. Come ti comporti le amiche? Pensaci e rifletti se sei il tipo di persona che si arrabbia se l’altro non risponde subito al telefono o non è pronto a accompagnarti in quella cosa a cui tieni tanto oppure se appartieni, piuttosto, alla tipologia di chi a volte scompare per mesi. Ascolta – Se le persone coltivassero di più l’ amore a osservare e prendere in considerazione gli altri l’ambiente intorno a noi sarebbe diverso Trova tempo per gli amici – Può essere che, rispetto al momento in cui vi siete conosciuti, siano sbucati una relazione d’amore o dei figli. Illustra le tue nuove esigenze e traduci l’amicizia in formule nuove. Un pranzo insieme, una telefonata o un sms inaspettato per comunicare “Ti penso” mantengono vivo il filo che vi unisce. E chissà che una domenica pomeriggio o un week end non possano variare in un’occasione da vivere insieme a entrambe le famiglie. Create un rito che vi unisca -Una cena al mese con le amiche, il venerdì per una partita e una birra, la mostra di fiori  o il corso di cucina, o quella settimana al mare: la parola magica è “insieme”. Abbiamo bisogno di riconoscerci e trovare forza nelle persone di cui sentiamo di poterci fidare, creare spazi di confronto dove esporre le proprie paure, fragilità, esperienze e ritrovarsi più forti, e compresi. Condividere fa bene all’anima e guarisce le ferite.frase-amicizia-2

La tavola svela chi siamo

Se vuoi sapere di più di una persona …mangiaci insieme .Come capiamo davvero i nostri simili? Facile, invitandoli a tavola. La tavola è uno dei luoghi in cui involontariamente riveliamo noi stessi, ci esponiamo, a volte –purtroppo– ci smascheriamo. Può bastare una cena consumata insieme per capire se lui/lei/loro sono le persone che crediamo oppure no. Questi sono alcuni comportamenti da tramandare, da insegnare ai figli, da far ripassare alle mamme e ai papà, che faranno piacere ai nonni, al capufficio e ai fidanzati, alle suocere e ai colleghi. Prima regola il cellulare sul tavolo A volte è difficile resistere allungo alla tentazione di controllare se è arrivato un messaggio del fidanzato o della propria amata su What’s App, ma trattenetevi il più possibile. Seconda regola, aspettate che inizi a mangiare la padrona di casa. E’ lei che apre le danze. Dopo essersi assicurata che tutti siano stati serviti e si siano sistemati comodamente, fa un bel sorriso e comincia a mangiare. Terza regola Non arrivare in ritardo e mai troppo presto. Quarta regola Aspettare che tutti si siano serviti prima di buttarsi sul cibo. Quinta regola non usa le posate del servizio. Sesta regola Non parlate con la bocca piena. Settima Non soffiatevi il naso né starnutite nel tovagliolo. Poche norme che rispecchiano la nostra educazione e cultura…anche a tavola  Tavola-Autunno.jpg

L’amore eterno…si trasforma

Se la tavola è apparecchiata, l’orologio gira e lui non arriva… e i dubbi per le assenze o per una temporanea lontananza si ingrossano a dismisura creando le ipotesi più inverosimili, l’amore ai tempi di Whatsapp ha trovato ulteriori complicazioni.Lui o lei hanno inviato messaggi a dismisura, si aspetta, ma nessuna risposta.E si spalanca il baratro.Oppure arriva la risposta ambigua in una determinata faccina che dice tutto, nulla, e fa ardere anche di rabbia.Olivia Marni, trentaduenne avvocato che il padre avrebbe preferito nel salotto buono di Chiaia, invece di sprecarsi dietro cause di divorzio, oltre alle proprie pene d’amore si carica sulle spalle anche quelle degli altri. Ironia della sorte per l’autrice  del romanzo di esordio di Ester Viola, “L’amore è eterno finché non risponde” (Einaudi), che si arrovella sulle contraddizioni di Dario, che l’ha lasciata, ma seguita a inviarle messaggi, la tempesta di telefonate per elencarle i suoi soliti lamentosi sproloqui su il centro storico Poi Dario si trova un’altra, complice della scoperta è Facebook, altro territorio minato per i rapporti, Luigi che beve vino per dimenticare ma non si stacca da whatsapp  ecc. ecc.  nella divisione del genere umano tra “Lascianti” e “Lasciati” elaborata dall’abbandonata Olivia, Ester costruisce una commedia narrativa che nella geometria delle passioni ha una sola certezza, l’amore non smette mai di ricominciare, ma si trasforma e talvolta non è eterno1-amore-eterno