Alcune erbe officinali sono un’arma preziosa per contrastare i microbi e i virus dell’inverno e, quindi, per prevenire l’influenza. Di seguito un elenco non esaustivo delle piante che stimolano le nostre difese naturali per un inverno sereno.Le piante sono sempre state utilizzate per prevenire e curare alcuni disturbi. E anche se non sostituiscono un trattamento prescritto da un medico, possono aiutare il nostro sistema immunitario a superare lo scoglio dell’inverno. Echinacea. Questo fiore viola è la star delle piante grazie alla sua capacità di alzare le difese immunitarie. Le sue radici, utilizzate a lungo in Nord America per curare le ferite, prevengono i disturbi del periodo freddo “soprattutto quelli a carico delle alte vie respiratorie”, afferma il dottor Gigon,. Ricercatori americani presso l’Università del Connecticut hanno confermato la sua efficacia nella prevenzione del raffreddore.In pratica: per una difesa ottimale assumere due compresse di estratti secchi di echinacea al giorno, cinque giorni alla settimana per un mese. O sotto forma di integratore alimentare 10 ml al giorno diluiti in acqua per 10 giorni. Olivello spinoso. Aiuto perfetto per fare fronte ai primi freddi, aumenta il tono muscolare e la resistenza alle base temperature e sollecita la produzione di anticorpi grazie alla sua alta concentrazione di flavonoidi. La sua concentrazione di vitamina C è cinque volte superiore a quella dei kiwi.In pratica: per prevenire l’influenza, scegliere per degli integratori alimentari a base di estratti di germogli di olivello spinoso che concentrano tutta l’energia vitale della pianta Rosmarino. I suoi fiori sono di grande aiuto nei momenti di affaticamento. Contengono oli essenziali vitalizzanti che aumentano l’immunità. “Il loro potere anti-infettivo è stato dimostrato su diversi ceppi batterici”, afferma Gigon, per un uso preventivo optare per la tisana. Versare 30 g di fiori di rosmarino in un litro di acqua bollente, lasciarli bollire per 5 minuti, poi lasciarli 15 minuti a riposo. Filtrare prima di bere. Una tazza prima di ogni pasto, ogni giorno per un mese.
Tag: benessere
Perdere la pancia
“La mia amica non fa sport e segue una dieta ricca di grassi e zuccheri e ha la pancia piatta”. “Ho seguito la dieta insieme al mio compagno e a lui la pancia è scesa subito, io sto ancora aspettando di vederla ridurre”. “Vado in palestra e mi massacro di addominali, ma la mia pancetta è sempre lì”. Perché non riusciamo a perdere il cosiddetto grasso addominale nonostante tutti i nostri pesantissimi sforzi? Perché non perdo la pancia è la domanda che rimbalza nella testa di chi, a colpi di insalatine tiepide vede sempre quel marsupio naturale adagiato sull’addome?No, non stiamo parlando della pancia gonfia che possiamo eliminare mettendo al bando, per esempio, gli zuccheri aggiunti che possono facilitare il trasporto di sostanze che fermentando gonfiano l’intestino, ma di quel “grassetto” addominale durissimo a morire. “Per prima cosa devi sapere di quale tipo di grasso addominale stai parlando”, anticipa il medico nutrizionista Bossy . Il grasso sottocutaneo, il più visibile e innocuo, si annida sotto la pelle, mentre il grasso viscerale si installa più all’interno ed è più pericoloso per la salute. “In linea di massima se hai un giro vita inferiore a 88 cm, un indice di massa corporea normale e un po’ di pancetta si tratta di grasso sottocutaneo”. Qualunque sia la sua origine, diversi sono i fattori che causano la sua comparsa e rendono difficile la sua scomparsa.”Uno dei motivi per il quale alcune donne fanno fatica a perdere la pancetta è genetico”. “L’insulina, l’ormone che controlla il livello di zucchero nel sangue, è coinvolto nel processo di conservazione del grasso nella zona addominale. Se c’è una storia familiare di diabete, ci può essere uno squilibrio metabolico con eccessiva secrezione di insulina al minimo eccesso di zucchero“. Tradotto: se si ha questo disturbo ormonale e si segue una dieta sana ed equilibrata e ci si concede un solo dolce a settimana questo può essere la causa della nostra pancetta. Secondo l’esperto poi responsabile dello stoccaggio è anche il cortisolo, un ormone che viene prodotto dal nostro organismo per fare fronte allo stress. In sostanza quando siamo stressati aumentano nel nostro organismo i livelli di cortisolo che è responsabile del deposito del grasso addominale. In soldoni: più zen sei, meno cortisolo produci, più possibilità hai di aspirare ad avere la pancia piatta.
Cromoterapia anche in casa
Molte persone ogni giorno affrontano situazioni di stress, dovute a lavori opprimenti o alla vita frenetica che conducono, spingendole a cercare un modo per distrarre e rilassare il corpo e la mente Una pratica adeguata che potrebbe essere rimedio allo stress è la Cromoterapia, ovvero quella cura che sfrutta i colori per stimolare e rilassare l’organismo. In realtà non è un’invenzione dei giorni nostri, infatti ha origini molto lontane, basti pensare che gli antichi Egizi e Romani usavano già questa tecnica per trattare diverse patologie.Nella Cromoterapia i colori vengono associati a proprietà particolari basate su semplici affinità psicologiche, alcuni di essi sono in grado di passare un effetto energizzante, altri invece di rilassamento e riescono ad influenzare in modo positivo o negativo la nostra mente. Questa “medicina alternativa” è spesso adoperata nel settore dell’arredamento. Scegliere i colori giusti infatti è indispensabile per avere un ambiente rilassante e armonico, capace di attenuare anche lo Stress. Per combattere questo disturbo i colori indicati sono il Blu, il Verde e il Viola.Il blu Sinonimo di calma e benessere, dà una magnifica sensazione di freschezza e purezza questo colore può ridurre la pressione sanguigna e la temperatura. Il verde E’ il colore della natura, dell’erba dei prati dei giardini, dei parchi, e ispira pace e tranquillità. Usare questo colore per le pareti dello studio, aumenta la concentrazione e la creatività. Il Viola è utile per calmare i disturbi nervosi e crea armonia ed equilibrio alla mente. Sfumature chiare del viola, come il lavanda, sono indicate per il bagno perché evoca benessere e relax, mentre altre più intense per la camera da letto. Naturalmente esistono svariate sfumature e tonalità dei colori elencati, basterà trovare la vostra e provare!
Ipertensione e sale
Con il sale bisogna andarci molto piano. Gli italiani a causa dell’eccessivo consumo di sale, tra i più elevati in Europa, rischiano gravi conseguenze per la salute, non solo per i noti pericoli riguardo il sistema cardiocircolatorio, ma per le conseguenze anche su reni e ossa Ormai tutti sanno, anche se sapere non significa “applicare”, che l’ eccessivo consumo di sale è legato all’insorgere dell’ ipertensione, ed è convinzione comune il fatto che mettere troppo sale nelle pietanze provochi quell’aumento della pressione sanguigna che potrebbe provocare … effetti spiacevoli. Dagli Stati Uniti arriva una ricerca sull’argomento pubblicata sul Journal of Hypertension che contribuisce a far luce sul procedimento in cui l’assunzione del sale provoca appunto l’aumento di pressione sanguigna. La ricerca di Irene Gavras vorrebbe infatti sfatare quella convinzione che il sale faccia aumentare la pressione per il solo fatto che aumenti il “volume” del sangue, esercitando quindi una pressione sulle arterie,spiegano i ricercatori, che il sale in eccesso porti alla ritenzione di liquidi “extra” all’interno del sistema circolatorio, causando un conseguente incremento del volume del sangue e una pressione “aggiunta” sulle pareti arteriose. I due ricercatori a questo punto hanno ragionato su altre occasioni di “espansione di volume” del sangue, ad esempio la secrezione di un ormone antidiuretico o l’innalzamento eccessivo di zucchero nel sangue, che però non causano, aumento della pressione sanguigna dato che il “fluido extra” viene “distribuito” nella distensione delle vene e dei capillari. Il nostro organismo quindi si mostra estremamente “flessibile” per molte altre cause di aumento di volume sanguigno, ma non per il sale. Questo dubbio ha fatto riflettere i ricercatori che, attraverso una revisione di molti altri studi sul tema hanno portato alla “scoperta” ma sarebbe meglio dire all'”ipotesi” che un consumo eccessivo di sale porti a dei meccanismi ben più “raffinati” per provocare l’ipertensione. Il consumo eccessivo di sale infatti stimolerebbe il sistema nervoso che “ordinerebbe” un aumento di produzione di adrenalina. A questo punto anche chi ha una semplice infarinatura di “pronto soccorso” può immaginarsi il seguito.
Gustare un pezzo di cioccolato al giorno
Altro miracolo del cioccolato: ridurrebbe la pressione arteriosa grazie alla presenza dei flavonoidi. Una ricerca australiana lo conferma e dimostra che gustare un pezzetto di cioccolato fondente al giorno giova a chi soffre di ipertensione arteriosa. La dottoressa Karin Ried dell’Università di Adelaide, parla della ricerca con compiacimento ricordando che “non è sempre necessario rivolgersi ai classici farmaci per tenere in regola la pressione arteriosa”. Questo studio sul cioccolato fondente effettuato su persone che soffrono di ipertensione ha dimostrato che “il cibo degli dei” con i suoi flavonoidi ridurrebbe la pressione di circa il 5%. Il cioccolato puro infatti contiene sostanze che aiutano a dilatare le arterie e ad abbassare la pressione arteriosa . Il cioccolato fondente deve essere di ottima qualità e non mischiato ad altri ingredienti e, ricordano i ricercatori, è molto importante curare il movimento quotidiano e l’alimentazione generale.
I Fruttariani
Basare la propria alimentazione esclusivamente sulla frutta? Niente di strano. In ogni angolo del pianeta, praticamente da sempre, c’è chi si nutrisce in questo modo. Persino Steve Jobs avrebbe abbracciato la dieta fruttariana che, pur di interpretare al meglio sul grande schermo il guru della Apple, ha avuto persino qualche problema di salute durante la preparazione della pellicola dedicata a tale personaggio. In altre parole, come in molti ricorderanno, qualche anno fa Kutcher è finito in ospedale verosimilmente per problemi al pancreas dovuti alla dieta fruttariana di Jobs. Ma questo è gossip. La realtà è che sì, il fruttarismo esiste e non mette tutti d’accordo. Però bisogna prima capire di cosa si tratta.Il fruttarismo nasce in Germania e uno dei suoi pionieri è stato Arnold Ehret, praticamente a base di frutta. Poiché affetto da problemi cardiaci incurabili all’epoca, ne cercò un rimedio dedicandosi a numerosi studi sui modelli differenti di alimentazione. Di sicuro non si diventa fruttariani da un giorno all’altro: servono almeno due anni per completare il proprio percorso, evitando prima di tutto il cibo lavorato, ma anche legumi e semi e, per evitare pericolose carenze alimentari, è necessario rivolgersi a degli esperti per conoscere pienamente il proprio corpo prima di fare una scelta del genere. Perché la frutta fa bene, certo, contiene vitamine, aminoacidi, sali, fibre e acidi grassi polinsaturi, che assicurano una buona attività intestinale. Ma variare, si sa, è sempre una delle prime regole a tavola per stare bene.Per i fruttariani l’uomo in origine si è nutrito esclusivamente di frutti dolci trovati sugli alberi o caduti per terra e pertanto ritengono che il nostro corpo sia fatto in modo tale da poter ingerire per la propria sussistenza solo questi alimenti. Non manca chi invece attribuisce a questa scelta di vita un concetto più etico, al fine di non porre termine ad un’altra vita, come quella della pianta. La sostanza comunque non cambia. I fruttariani non mangiano né carne e né pesce, ma solo frutta dolce e ortaggi. E ciò non deve sembrare affatto una stranezza, perché anche melanzane, pomodori, zucchine e cetrioli, così come i cereali, non sono altro che i frutti delle rispettive piante. Ma occhio a non confondere questa alimentazione con quella vegana o vegetariana, come capita spesso. Di sicuro ci sono alcuni elementi difficili da assimilare mangiando solo frutta. Ad esempio alcune vitamine del gruppo B e alcuni minerali come calcio, ferro e zinco le cui carenze possono in effetti comportare effetti collaterali non da poco. Il dibattito ad ogni modo resta aperto, anche in Italia, dove esiste da qualche tempo una nutrita componente di persone che hanno abbracciato questo modo di vivere e rapportarsi col cibo.
Donne e alimentazione
Le donne e il cibo, un rapporto cambiato nel corso delle generazioni, che a partire dagli anni 70 ha visto affermarsi un modello di riferimento estetico che lentamente sta cedendo il passo a un approccio più salutista. A riferire le tendenze al femminile in fatto di alimentazione una ricerca Doxa per UnaItalia che ha messo a confronto le millenials con le over 35. La fotografia è di giovanissime più rilassate nel rapporto col cibo, il 47% delle quali si definisce una buona forchetta, e confessa di cedere spesso a un piatto di pasta, contro le over 35 più attente alla propria alimentazione e alla qualità. Quando si parla di carne, a farla da padrone sulle tavole delle donne è il pollo, preferito dal 94% di esse. Complice una informazione che viaggia prevalentemente, ma non solo, su web e social network, la carne di pollo è ancora oggi oggetto di pregiudizi nutrizionali. La chef de Cesare sostiene che “il pollo è forse la carne più versatile che abbiamo”.
La mindfulness
Al di là delle tecniche concrete, ci attrae per la sua filosofia di vita, basata sul vivere qui ed ora. Focalizzando il centro dell’attenzione sul presente, possiamo liberarci da situazioni che ci bloccano oltre che dalla tirannia mentale del pensiero ripetitivo e del giudizio costante. Saper rimanere nel presente è un modo per allontanarsi da tutte le esperienze negative, da questo “loop”, sviluppando un modo di pensare e di sentire più libero e consistente. È provato scientificamente che praticare mezz’ora di Mindfulness al giorno migliora i sintomi della depressione o dell’ansia. Migliora anche la memoria, la capacità di concentrazione, l’autocoscienza e l’intelligenza emotiva; sembra che ottimizzi addirittura le risorse del sistema immunitario. Ovviamente, non fa male; inoltre, non richiede molto tempo Quindi, perché no? La meditazione viene vista come qualcosa di strano e, magari, è arrivato proprio il momento di rompere questo stereotipo! Mindfulness significa “piena coscienza” ed è uno stato mentale che si ottiene con la meditazione, oltre ad essere un tipo di meditazione già di per sé. Quando, come e dove praticarla Quando tu ne abbia voglia. Puoi cominciare con brevi sedute da dieci minuti, così da abituare la mente e arrivare pian piano gli stadi mentali della meditazione. Attenzione: imparare può richiedere del tempo. Per realizzare la meditazione, hai bisogno di un luogo senza rumori, comodo, confortevole e con una temperatura piacevole , senza telefoni, sveglie, apparecchi elettronici che possano disturbare. Se hai voglia di un po’ di musica di sottofondo, è importante che sia rilassante Ovviamente, indossa dei vestiti comodi e togliti le scarpe e tutti gli accessori che ti possano opprimere o stringere. Quando sarai “in quel luogo”, siediti comodamente per terra, su uno stuoino o su un asciugamano. Puoi adottare la posizione del loto o semplicemente una posizione che ti mantenga la schiena ad angolo retto per facilitarti la respirazione. Concentra l’attenzione sulla respirazione. Ascoltala, senti come percorre il corpo.Concentrati sul riconoscerla e sul lasciarla fluire nel tuo corpo.Poi, nel momento in cui tutta la tua attenzione si sarà focalizzata sulla respirazione, prosegui verbalizzando un “mantra”: una parola o piccola frase che, ripetuta costantemente, ti aiuti a rilassarti Cerca di visualizzare un’immagine rilassante o un luogo tranquillo che ti trasmetta benessere.Il passo seguente consiste nell’essere capaci di svuotare la mente e mantenerla tale. Importante: è imprescindibile reggere un’attitudine neutra rispetto ai pensieri o alle immagini, senza giudicarli come buoni o cattivi, ma semplicemente avvertendoli in modo impersonale. All’inizio, mantenere la mente vuota non è possibile per più di qualche secondo quindi state tranquilli: lo scopo della Mindfulness è quello di aiutarci a rilassarci ed a focalizzarci su ciò che importa davvero; non devi stressarti se non riesci a “mindfulneare”. 
Per essere felici ed in salute
Al suono della sveglia, affrontare la giornata con il sorriso sulle labbra è sicuramente più facile che farlo da imbronciati. Ma quali altri benefici porta il buonumore nella nostra vita?Le nuove frontiere della ricerca scientifica ci dicono che il buon umore è terapeutico, tiene lontane numerose malattie, aiuta a superare meglio e più rapidamente quelle che ci hanno colpito.Negli ultimi anni diversi studi stanno dimostrando che il buon umore è direttamente coinvolto in numerosi processi di guarigione e nel rafforzamento delle difese naturali. Al punto che in molti reparti ospedalieri si applicano sessioni di comicoterapia e si moltiplicano gli esperimenti, con risultati spesso sorprendenti: ridere stimola la produzione di endorfine e serotonina, aumenta l’attività dei linfociti killer che distruggono le cellule cancerose, migliora la circolazione, l’ossigenazione del sangue e l’irrorazione degli organi interni, neutralizza ansia e stress, alza il livello di autostima, aumenta la memoria e la capacità di comprensione. Ci sono varie tecniche per potersi rilassare ed essere di buon umore, oltre ai massaggi rilassanti e alle lunghe passeggiate nel verde, troviamo lo yoga e la meditazione, pratiche molto antiche che ancora oggi assicurano di mantenere a lungo uno stato di benessere. Anche la scienza lo ha confermato: lo yoga e la meditazione sono davvero efficaci contro ansia, stress e depressione, e ci aiutano a ritrovare il buonumore.Inoltre, non sottovalutate mai il potere di un abbraccio o di un semplice sorriso.
Il futuro della vostra relazione è su whatsApp
Perdonami se ti rispondo in ritardo. O scusa se non ti rispondo per nulla. La comunicazione scritta risolve, spesso, molti imbarazzi. È più veloce, ci permette di dettare i tempi, ma è incompleta ed è un modo per esercitare potere sull’altra persona. Pensate alle volte che avete chiesto alla vostra amica di interpretare un messaggio del vostro lui. Cosa intendeva dire tra le righe? Le emoji e la punteggiatura non bastano. Guardare negli occhi qualcuno, vedere la sua espressione del viso, la mimica delle sue parole è un’altra storia, molto più pregiudizievole, impegnativa. E spesso, ai tempi di Whatsapp, non ne abbiamo voglia. Preferiamo mandare messaggi vocali lunghi cinque minuti piuttosto che telefonare. Ci siamo abituati a preparare e lasciare comunicazioni che l’altro leggerà, ascolterà e risponderà quando vorrà. La conversazione diretta, quella reale, è il piano b. È attraverso WhatsApp che nascono i primi flirt, che si decidono i primi appuntamenti, che si messaggia fino a notte fonda. È un’arte non facile, quella di WhatsApp. Che implica che con l’altra persona non ci sia solo feeling, ma che si abbia la stessa ironia o la stessa sensibilità nell’uso delle emoticons. Ai tempi di WhatApp andare d’accordo solo nella vita reale non basta più. Anzi, molte relazioni iniziano proprio online, ci si impara a conoscere attraverso i messaggi di testo, e poi la realtà finisce col annientare ogni aspettativa risultando fallimentare. Da uno studio della Pace University, realizzato su 205 persone fidanzate tra i 18 e i 29 anni è emerso che chi usa WhatsApp in modo simile a quello del suo lui o della sua lei, vive una relazione in modo più rilassato e soddisfatto. Cosa succede quando non è così? Ci sembra che il rapporto non vada avanti o che sia fortemente sbilanciato, ci si sente trascurati e si prova quella malsana sensazione ansiogena che genera l’attesa: la dipendenza dalla risposta di qualcuno.L’ansia dell’attesa è il prezzo da pagare per questa comodità, per essere a nostra volta liberi di rispondere quando vogliamo. È il paradosso della nostra epoca. Siamo tutti sempre incollati al telefono, ma abbiamo sempre una buona scusa per non rispondere. Insomma, è facile che le persone vedano il messaggio appena arrivato, ma poi scelgono di non visualizzarlo.A volte le persone non rispondono per far capire apertamente che non vogliono continuare una relazione. aspettare molto tempo prima di rispondere è un modo per stabilire un ruolo dominante nella relazione, per trasmettere il messaggio di essere troppo occupato o importante per rispondere.