Cosa mangiare a colazione

Anche quest’anno, puntualissimo, è arrivato il caldo, grande protagonista di queste lunghe giornate estive. C’è chi decide di scappare al mare per un tuffo in acqua, chi in montagna a rinfrescarsi o chi si rinchiude in casa al fresco, ma a prescindere dal posto c’è una cosa molto importante da fare, tutti i giorni, tutte le mattine: una colazione ricca e nutriente, sana e fresca. Può capitare che con le alte temperature l’appetito possa calare, ma è sbagliato pensare di non mangiare perché l’apporto energetico è essenziale per il nostro corpo, specialmente quello della prima colazione, che va fatta generalmente più o meno entro un’ora dal risveglio. Rispetto a tutti i pasti quotidiani come il pranzo e la cena, fare la colazione al mattino è da privilegiare perché è il pasto più ricco e importante della giornata, quello che fornisce all’organismo più energia per vivere al meglio e stare bene, aiutandosi poi, durante tutto l’arco del giorno, con verdure di stagione, frutta fresca e yogurt e, soprattutto, bevendo molta acqua. La prima colazione è doverosa anche perché, al momento del risveglio, trascorrono diverse ore dall’ultimo pasto che viene consumato il giorno prima, la cena, dunque l’organismo richiede altra energia. Cosa mangiare a colazione per combattere il caldo dell’estate? Non ci sono limiti alla frutta fresca della stagione: il melone, le pesche, le prugne, le albicocche, l’ananas, le banane, che si possono unire a uno yogurt magro miscelato con mandorle, noci, nocciole, a seconda del piacere. A scelta, si può bere un o un caffè senza abusarne nel corso della giornata, è utile anche sapere che il contiene circa la metà di caffeina che contiene invece una tazza di caffè. Se non si vogliono consumare le bevande calde, si può sempre bere il caffè lungo rinfrescato col ghiaccio oppure un frullato fresco o una spremuta. Si tratta di alimenti che riescono a mantenere l’organismo leggero e allo stesso tempo nutrirlo al modo giusto, che evitano il bisogno di consumare altro cibo per un senso di fame che può condurre al consumo di merendine, paste o focacce, magari a metà mattina, ricche di grassi e poco sane. Quello della prima colazione, sana e nutriente, oltre che un dovere è anche un piacere, perciò mai saltarlo.

 

Edera …rampicante per eccellenza

E’ la pianta rampicante per antonomasia, in grado di ricoprire interi muri di palazzi e siepi bellisssime, creando scenografici effetti. Ma l’edera può vivere anche in appartamento, e la sua pittoresca capacità di diramarsi si può diventare un’interessante ornamento per gli interni, basta rispettare le sue esigenze. Innanzitutto, le piante che appartengono alla famiglia dell’Hedera sono molte, ma le varietà adatte alla coltivazione in appartamento sono solo alcune, dalle foglie più piccole di quelle da esterni. All’aperto in giardino, l’edera cresce in zone ombreggiate e fresche, e quindi anche in vaso dentro casa occorre posizionarla in un luogo dove non arriva la luce diretta e lontana da fonti di calore. Ogni varietà ha le sue specifiche esigenze per esempio le tipologie a foglia variegata richiedono più luce di quelle a foglia verde scuro, ma in generale tutte si trovano bene intorno ai 15° e con una luminosità ombreggiata. Non occorre annaffiarle più di una volta a settimana durante i mesi invernali, mentre in estate anche due volte, l’importante è che non si accumuli mai acqua stagnante che fa marcire le radici. Ogni tanto l’edera gradisce una vaporizzazione d’acqua che ricrea l’ambiente umido del sottobosco dove di solito si sviluppa, mentre è importante togliere residui di polvere dalle foglioline periodicamente. L’edera ha la capacità di arrampicarsi velocemente e saldamente grazie alle piccole radici che sviluppa lungo le ramificazioni. Se volete che si arrampichi dovrete fornirle qualche supporto, come semplici stecchini di legno o uno spago attorno a cui far passare le nuove ramificazioni: ricordate però che una volta ‘ancorata’ ad un pensile, un mobile, una libreria, la potrete spostare solo tagliandola. In alternativa la potete far sviluppare in modo che le foglie e i rami formino una cascata pendente che scende verso il basso, magari posizionandola in un vaso sospeso o su una mensola alta della libreria.

Profumatori fai da te

Un tempo le nostre nonne mettevano rametti di fiori di lavanda dentro i cassetti per profumare la biancheria. Poi sono arrivati i profumatori per armadi e ci siamo dimenticate che esistono decine di opzioni naturali e semplicissime da realizzare per mantenere un odore piacevole dentro guardaroba, cassetti, scarpiere. I fiori secchi sono tra gli ingredienti più classici ed efficaci dei profuma ambienti naturali. La sopra citata lavanda, ma anche i petali di rosa, il mughetto, la violetta, tutto quello che la natura offre messo in una cestina o un contenitore e posizionato in un angolino dell’armadio rilascerà un delicato aroma primaverile. In alternativa, al posto dei fiori o, perché no, mescolati ai fiori provate a mettere in un sacchettino di garza delle erbe aromatiche essiccate: rosmarino, origano, menta, timo, salvia per un bouquet profumato e mediterraneo. E non dimenticate qualche foglia di alloro qui e là, che ha anche virtù anti-tarme. Un’altra gradevole alternativa è utilizzare delle spezie, da mettere sempre in un sacchettino di garza o pezzo di stoffa leggera. Provate con delle stecche di cannella spezzettate o intere, senza sacchetto, dei chiodi di garofano, l’anice stellato, i semi di finocchio Provate anche l’ebbrezza olfattiva del mix di spezie e fiori, per un aroma energizzante. Alle spezie potete aggiungere anche qualche scorza di agrume, precedentemente essiccata, per contribuire all’aroma fruttato  arancia e cannella per esempio sono un mix inebriante, oppure limone, chiodi di garofano e alloro Per un aroma più intenso, fate uso degli olii essenziali che preferite. Tagliate a pezzettoni dei vecchi tappi di sughero, e mettete alcune gocce di olio profumato su ognuno di essi, raccoglieteli in una cestina e posizionatela in un angolo dell’armadio o della cassettiera Oppure mettete le gocce di olio essenziale in un sacchettino con del riso bianco crudo, che lascerà sprigionare l’aroma pian piano. Ancora, le bustine di e tisane sono già di per sé comodissime e gradevoli profuma ma per intensificarne l’odore fateci cadere qualche goccia di essenza profumata

Colpo di fulmine, questo sconosciuto…

Per chi non sapesse dare una definizione al termine “colpo di fulmine”, eccone una descrizione evocativa: si tratta di un congegno di attrazione, non solo fisica, di un trasporto emotivo a 360 gradi che nasce nel momento in cui si incontra una speciale persona. Addirittura c’è chi sostiene che l’amore, per essere definito tale, debba nascere per forza da un colpo di fulmine, altrimenti se per innamorarsi o per capire di potersi innamorare di qualcuno si necessita di più tempo, la storia partirà già in netto svantaggio. Fascino: è quello che si subisce al primo incontro con la persona che scatena questo “fulmine”. Può essere dato da una stretta di mano, da un sorriso, da uno sguardo. E’ la prima impressione, che in questo caso non solo conta moltissimo ma  è davvero la chiave di tutto. Curiosità: quando si incontra un qualcuno che desta subito un certo interesse, si prova un’immediata voglia di saperne di più, di carpire di più in quel preciso istante, in quel primo incontro. Farfalle nello stomaco, gambe che tremano, ginocchia che cedono, cuore che batte: più che indici di un colpo di fulmine potrebbero essere i sintomi di un calo di pressione! Scherzi a parte, questi modi di dire sono perfetti per definire il senso di emozione, di fermento  che si provano nell’aver a che fare con una persona per la quale si prova innegabile attrazione. Sempre nei propri pensieri: è un vero amore a prima vista quando ci si ritrova a pensare insistentemente a quella persona, all’oggetto dei propri desideri. E lo è ancor di più quando si tende a carpire informazioni, anche in modo implicito, attraverso amici comuni e conoscenti. La voglia di incontrare nuovamente quella persona, collegata a fantasie sono le definitive spie di un fulmine che ha colpito il bersaglio. Si può tentare di spiegarlo ma quando arriva, il colpo di fulmine, sa farsi riconoscere alla perfezione. E non c’è definizione o guida tanto accurata quanto la sensazione di estasi che lascia al suo passaggio.

Il latte di cocco

Nutriente, antiossidante, versatile in cucina: il latte di cocco rappresenta una tra le alternative vegetali al latte vaccino che piace sempre di più e raccoglie consensi anche tra i fuoriclasse dell’alta cucina.Il suo successo è dovuto senz’altro alle sue proprietà salutari, così come al gusto, tipicamente dolce e particolarmente gradevole, che lo rendono un valido alleato in cucina, per ricette dolci e salate. il latte di cocco è privo di lattosio e di glutine, per questo viene adoperato nella cucina vegana e da coloro che sono intolleranti a queste sostanze. Sono molte le caratteristiche che giustificano la sua ascesa: la ricchezza di sali minerali come potassio, fosforo e magnesio. Inoltre latte di cocco è anche una bevanda dissetante e ricca di proteine, quindi adatta agli sportivi. Anche gli chef lo ritengono ormai un ingrediente importante, anche perché può essere utilizzato come sostituto del latte in tutte le preparazioni che lo richiedono. È perfetto per esempio per rendere cremose zuppe e vellutate vegetali, come liquido che dà sostanza ai frullati e come base che può arricchire il gusto delle verdure in padella. Ad apprezzarlo in modo particolare sono soprattutto gli chef che offrono una cucina vegana. . È cremoso e per questo si presta bene nelle preparazioni di dolci, come ad esempio bavaresi, panne-cotte, catalane, perché conferisce naturalmente un aspetto grasso, burroso , diventando molto elastico. Allo stesso tempo è efficace per insaporire, soprattutto in abbinamento a spezie come il cardamomo e la cannella, perché è in grado di esaltare i sapori aggiungendo una nota esotica”.

 

 

L’habitat ideale per le farfalle

Non ci sono molti insetti che possono affermare di essere amati quanto le farfalle. Le farfalle sono piacevolissime compagnie in giardino, eppure per vari motivi si stanno allontanando sempre di più dalle nostre case. Le ragioni? L’inquinamento, i pesticidi, ma anche l’introduzione di specie che non costituiscono l’habitat ideale per gli insetti nostrani. Se volete attirare farfalle nel vostro giardino dunque, una delle prime cose da fare riguarda le piante che sono il loro habitat naturale per tutto il ciclo vitale, ovvero per deporre le uova, crescere come bruchi, svilupparsi e poi ‘sbocciare’ nei meravigliosi insetti alati. Prima di tutto, occorre piantare nutrimento per i bruchi. Tra le piante che essi amano mangiare ci sono l’agrifoglio, l’edera, tutta la famiglia dei cavoli, i nasturzi, e alcune erbe aromatiche come il prezzemolo, l’aneto, la menta, il finocchietto, il timo. Il fatto che ci sia sostentamento per il bruco indurrà a deporre le uova nel vostro giardino, ma essendo animaletti piuttosto voraci sarà il caso di isolare la zona attira-bruchi dall’orto se coltivate verdure per il vostro consumo. Una volta che si sarà dischiusa, la farfalla si troverà particolarmente bene. La verbena, pianta erbacea utilizzata anche per scopi erboristici, produce fiorellini amati da certi tipi di farfalla, così come le classicissime margherite. Un nettare molto amato da certi lepidotteri è quello dei fiori di rovo, che tuttavia necessita di una frequente manutenzione essendo spinoso: se avete un terreno piuttosto grande, potete piantarlo al limitare della proprietà, per godere anche delle sue buonissime more a fine estate. Occorre inoltre considerare che la stagione riproduttiva delle farfalle, sempre a seconda della specie naturalmente, copre un periodo molto ampio, che va da aprile alla fine dell’estate, anche ottobre in zone particolarmente calde. Servono quindi fiori che sboccino in momenti diversi dell’anno se volete che il vostro giardino sia una ‘calamita’ per farfalle. Può essere utile raggruppare in un unico punto del giardino le piante attira farfalle, in modo che gli insetti percepiscano la zona come un ottimo ‘punto di ristoro

Feng Shui sull’ambiente di lavoro

La tua scrivania è disordinata? Anche la tua testa lo sarà. La pensa così Jade Sky, autrice del libro ‘Clear your office’, nel quale spiega come applicare alcuni principi del Feng Shui allo spazio di lavoro, perché l’ufficio o qualsiasi altro ambiente professionale diventi un luogo ‘zen’ dove la mente è serena e produttiva. Fare ordine è naturalmente il primo passo, si tratta di una pulizia che aiuta dal lato pratico, ma anche simbolico: come si può usare il cervello a pieno regime circondati da confusione, pile di fogli, avanzi del pranzo e via dicendo? Un ambiente più pulito e organizzato infonde tranquillità, e la tranquillità contribuisce all’essere più produttivi, almeno metà superficie dello spazio di lavoro dovrebbe essere vuota. Quando possibile, bisognerebbe posizionare la scrivania o il piano di lavoro in modo da avere la porta della stanza di fronte in una posizione di ‘potere’ non alle spalle, e se non fosse possibile occorre avere il più possibile spazio vuoto attorno. E’ importante inoltre che la luce naturale inondi l’area di lavoro, il Feng Shui suggerisce sempre di sedersi accanto ad una finestra. Come già detto, il piano di lavoro dovrà essere ordinato, ma la presenza di alcuni oggetti può favorire uno stato mentale sereno. Per esempio foto di persone care possono contribuire a rendere felici e motivati, così come dei fiori freschi, colorati e vitali. Le piante in generale contribuiscono al benessere psicologico secondo il Feng Shui, specialmente il bambù; anche posizionare una fontana sulla scrivania aiuterebbe ad attirare le energie positive. Infine, la scelta cromatica ha il suo peso: circondatevi di oggetti dai colori chiari e scegliete, se possibile, una scrivania di tonalità neutre e concilianti.

Il bicchiere cambia il vino

Non basta saper scegliere un vino buono: occorre servirlo nel bicchiere più adatto ad esaltarne le caratteristiche. Lo affermano diversi esperti di enologia, e lo sottolinea un azienda austriaca che realizza bicchieri pensati appositamente per le specifiche tipologie di vino. Il bicchiere può fare davvero la differenza, perché la sua forma, la sua architettura permette di esaltare alcune peculiarità, che al contrario potrebbero andare perse se il vino viene servito nel calice sbagliato. Ogni tipologia di uva porta con sé un preciso dna: profumo, consistenza, quantità di tannini o di zuccheri, minerali, acidità. Tutte queste caratteristiche organolettiche possono venire esaltate dal giusto bicchiere. Un tempo i calici erano spessi e molto decorati, a volte colorati: negli anni ’50 si capì che la forma, il colore, la taglia di ogni bicchiere potevano influenzare la percezione del liquido al suo interno. Fu creato quindi il primo bicchiere in vetro soffiato dalla forma ovoidale, più stretto in apertura, che andò a sostituirsi ai bicchieri dall’apertura ampia di moda all’epoca. Si scelse di mantenere la trasparenza del vetro, perché l’unico colore visibile fosse quello del vino. Negli anni la tecnica di produzione dei bicchieri si affinò, Scegliere bicchieri adatti ad ogni bevanda non è solo una questione di estetica, ma di esaltazione di certe qualità: esiste anche un macchinario, chiamato ‘sniff-cam’ capace di rilevare l’etanolo che evapora dai bicchieri di forma diversa e replicarlo con immagini. Il risultato è evidente: in ogni bicchiere contenente del vino l’etanolo tende ad evaporare in momenti e a profondità diverse. Pensateci la prossima volta che servite un bicchiere di vino ai vostri ospiti.

 

L’altra vita dello spazzolino da denti

Buttare? Giammai! Ogni cosa, letteralmente tutto, si può riutilizzare se con un po’ di fantasia la si guarda da una prospettiva diversa dal solito. Prendete lo spazzolino da denti per esempio: quando diventa vecchio, con le setole consumate e piegate, forse non sarà più adatto all’igiene orale, ma sapete quante altre cose potreste farci? Il vecchio spazzolino diventa un arnese perfetto per gli angoli remoti della casa, oggetti piccoli dalle forme complicate, per lucidare laddove la spugna non arriva, ma anche per l’home decor più frizzante. Per esempio, le setole dello spazzolino si prestano perfettamente a pulire gli scarichi dei lavandini in quei punti di giunzione particolarmente difficili da raggiungere, dove si forma quella noiosa patina dovuta all’umidità e ai residui quotidiani. Allo stesso modo, è perfetto per fornelli, maniglie, intercapedini, scanalature, manici, ma anche piastre e piani cottura tipo griglia Ma andiamo oltre: pensate per esempio alle ventole dell’asciugacapelli, a come si accumulano polvere e residui di capelli tra esse, rimanendo impigliati per l’eternità: sfregatele a secco con lo spazzolino e riuscirete a rimuoverle. E ancora, i punti di giunzione tra piastrelle e mattonelle, che nel tempo tendono a cambiare radicalmente colore visto la difficoltà nel pulirli .Lo spazzolino si rivela utilissimo anche per pulire il velcro, magari nelle chiusure di zaini, scarpe, giubbotti, e tutti quei tessuti particolarmente ostinati nell’intrappolare polvere e sporco. Pensate agli angoli dei quadri e dei portafoto, alle cuciture del divano.Ancora, impregnato di acqua ossigenata e sale, lo si può sfregare contro la muffa sulle pareti per rimuoverla Infine, questo attrezzo tanto comune può diventare un ottimo stimolo alla creatività. Le setole infatti si possono intingere nel colore e si può utilizzare lo spazzolino come un pennello per fare decorazioni a piccoli oggetti, oppure passare il dito sulle setole per ottenere un effetto spruzzo simpatico.

Tagliare le cipolle senza piangere

Le cipolle fanno soffrire: fiumi di lacrime scorrono sul tagliare mentre si affettano questi ortaggi, tanto fastidiosi da preparare quanto utili nelle ricette di tutti i giorni. Esistono però dei modi per minimizzare l’effetto irritante del taglio della cipolla Innanzitutto, rendere l’operazione il più breve possibile è il primo metodo per evitare che i gas che si sprigionano dal taglio della cipolla arrivino ad irritare occhi e naso. Quindi, se per esempio la volete tagliare a dadini, sbucciatela, dividetela a metà, poggiatela sul tagliere lasciando la parte della radice per avere presa, ed effettuate tante incisioni verticali e poi due o tre orizzontali senza mai intaccare la radice. Procedete poi ad affettare la vostra mezza cipolla già ‘quadrettata’ e vi troverete con i dadini pronti in pochissimo tempo. Un suggerimento che arriva dalle nonne è quello di lasciare sempre la radice intatta o tagliarla per ultima, perché è da lì che arriva la maggior parte della sostanza irritante. Più semplicemente, tagliate la vostra cipolla come volete, ma utilizzate dell’acqua fresca per limitare la lacrimazione. Qualcuno suggerisce di effettuare l’operazione sotto l’acqua corrente, ma per evitare di sprecare acqua potete riempire una ciotola e immergervi la cipolla appena tagliata, lasciandovi dentro la metà su cui non state ‘operando’, e bagnando ogni tanto anche la lama del coltello che utilizzate. Altro metodo è semplicemente quello di aprire la finestra e appoggiarsi al davanzale col tagliere, in modo che l’aria fresca faccia dissolvere velocemente i gas irritanti. Ancora un trucco ‘old school’ è quello di sbucciare la cipolla, dividerla a metà, e lasciarla in una ciotola con acqua e aceto bianco per circa 10 minuti, procedendo poi al taglio normalmente. Anche indossare un paio di occhiali aiuta a proteggere gli occhi dalle sostanze urticanti.