Apre la “scarpetta”

Con le mani nel piatto. Per non lasciare nulla ma proprio nulla di intentato. O meglio di non mangiato. È la filosofia della scarpetta, anti spreco e soprattutto tanto, tanto amata da chi la tavola vuole assaporarla a pieno. Chi non fa la scarpetta a fine pasto gode solo a metà!!  Così  la “Prima Scarpetteria di Roma” ha già un grandissimo successo fra le aspettative di tutti che già si leccano non solo i baffi. Ma soprattutto le dita. Lo potranno fare all’interno di Shine On nel cuore del quartiere Ostiense e poco distante da Testaccio. E sarà il trionfo di salse e sughetti che disdegneranno forchette, cucchiai e coltelli e si faranno accarezzare solo da tocchi di pane con cui verranno inzuppate di gusto senza freni.  Un menù tutto da scoprire  Nel menù che si intitola “Cibo che nutre l’anima” ci si può inoltrare  in un vero e proprio viaggio nel piacere tattile. Si legge: «I piatti sono da scarpettare con il cestino di pani caldi» e poi giù una sfilza di proposte: dal ragù alla Picchiapó alle salse all’amatriciana, alla boscaiola, ai formaggi. E ancora: i sughi all’ortolana con stracciatella di burrata e di salmone selvaggio affumicato oltre al polpo verace con olive di Gaeta. Non manca neanche la scarpetta dolce: una fonduta di cioccolato nero o bianco da mangiare con le lingue di gatto o le zoccolette. Insomma anche solo a parlarne viene fame. E non importa se il definirsi la «Prima scarpetteria» della Capitale forse è esagerato, altre realtà della ristorazione capitolina propongono in parte questa formula. Ciò che conta è riscoprire la cucina italiana in tutti i modi e maniere, letteralmente. Questa colorita usanza, del resto, appartiene alla nostra tradizione da sempre.  L’espressione «Fare la scarpetta» si fa risalire a più di un’origine. La prima indica una metafora che mette a paragone il pane che passa sul piatto alla scarpa che si indossa e mentre cammina raccoglie tutto quel che trova. La seconda riprende il termine «scarsetta», cioè scarsità, povertà, che fa sì che si pulisca ben bene il piatto. Ce n’è anche una terza che chiama ancora una volta in causa la calzatura che sembra concretizzarsi insieme alla gamba quando con il dito si spinge il pezzetto di pane per raccogliere il sugo. E il Galateo? Non la proibisce in toto, ma la riserva soltanto alle occasioni informali. E se proprio la si vuol fare raccomanda almeno l’uso della forchetta. Ma, verrebbe da dire, senza il gusto delle mani che gusto c’è?

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